Usa e Iran vicini alla guerra. Trump minaccia Teheran: Siamo pronti

Notiziario Estero – Aggiornamento sulla crisi del Golfo. Droni e missili iraniani nell’attacco al sito petrolifero saudita . Usa e Iran verso la guerra.

Washington e Riad accusano Teheran di essere responsabile degli attacchi contro il polo petrolifero saudita dello scorso 14 settembre. L’indagine condotta da funzionari americani e sauditi rivela l’impiego di droni e missili iraniani. Lo riporta la BBC online. Secondo l’emittente britannica gli americani hanno anche individuato il luogo da cui sono stati lanciati. Molto probabilmente si tratta della zona meridionale del Paese degli Ayatollah perché le traiettorie dei missili non sono compatibili con un lancio da sud dell’Arabia Saudita, escludendo quindi lo Yemen. I funzionari di Riad hanno spiegato che la reazione della contraerea del regno non c’è stata perché tutti gli sforzi erano impegnati a prevenire e respingere attacchi dagli Houthi yemeniti. Riad ha annunciato, tre giorni dopo il raid, che la produzione petrolifera è in ripresa e che tornerà in un mese ai livelli precedenti l’attacco. L’Iran ha respinto le accuse negando il proprio coinvolgimento e responsabilità.

Il raid ha distrutto parte degli impianti di Saudi Aramco, la più grande società di produzione petrolifera del mondo con una perdita di 5,7 milioni di barili al giorno equivalenti al 5% della produzione mondiale. Come conseguenza, il prezzo del greggio è volato in alto sulle piazze finanziarie globali. A New York il petrolio è scambiato a 60,36 dollari al barile (+10,06%). Una delle perdite più gravi, che supera quelle causate dalla rivoluzione iraniana del 1979 e dall’invasione del Kuwait nel 1991.

Ora, Usa e Iran sono più vicine alla guerra e le probabilità che scivolino in un conflitto si fanno più alte. Mentre l’Arabia Saudita ha mantenuto una reazione più moderata, gli Stati Uniti ci sono andati giù duri. Washington ha pubblicato foto satellitari che proverebbero le responsabilità iraniane nell’operazione condotta da droni contro il sito petrolifero saudita. Le immagini mostrano 17 punti di impatto contro gli impianti dopo attacchi giunti da nord e nord-ovest. Il che, scrive il New York Times, rafforza la tesi del coinvolgimento dell’Iran. Perché tutto fa pensare a un raid proveniente dalla parte settentrionale del Golfo, quindi o Iraq o Iran. Difficile però prendere in considerazione l’ipotesi irachena. Un coinvolgimento iraniano rivelerebbe falsa la rivendicazione degli Houthi, i ribelli yemeniti sciiti filo Teheran, che si sono assunti la responsabilità dell’offensiva con droni contro il polo petrolifero di Aramco.

Intanto l’Iran nega tutto. In questo quadro, le speranze di un avvicinamento tra Washington e Teheran sembrano svanite. La ripresa di un dialogo e la possibilità di un incontro tra il presidente americano Donald Trump e quello iraniano Hassan Rohani nei giorni dell’Assemblea Generale dell’Onu sono come uomini feriti a morte. Il capo della Casa Bianca ha avvertito con il solito tweet della notte che l’America è pronta a rispondere all’offensiva militare. Attende solo la conclusione dell’indagine svolta dall’Arabia Saudita.

Né a Washington né a Riad convince molto la storia dell’iniziativa militare da parte degli Houthi. I sauditi hanno detto che l’attacco non è arrivato dallo Yemen e che gli armamenti utilizzati sono iraniani. Sarà poi l’inchiesta a dire il resto. Tuttavia, l’Arabia Saudita ha mantenuto una posizione di cautela senza mai accusare frontalmente l’Iran. A quello ci ha pensato Trump in persona via Twitter. La cosa certa è che la sofisticatezza dell’operazione militare e della strumentazione usata non è alla portata dei ribelli Houthi.

La tensione nel Golfo è ai massimi livelli. Usa e Iran vanno sempre più verso una guerra. E l’escalation sembra più difficile da contenere. La Cina prova a allentare la tensione. Pechino ha invitato Usa e Iran a moderare i toni, evitando di fare accuse senza prove. Il gigante asiatico ha dichiarato di opporsi a qualunque azione che possa alimentare un conflitto e di lavorare per la soluzione della crisi.

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