Trump e la militarizzazione della politica estera

Gli Stati Uniti rischiano di scivolare in una guerra pericolosa se non si inverte la marcia intrapresa da Donald Trump: la militarizzazione della politica estera Usa.

Pubblico un’analisi interessante dal sito dell’autorevole Foreign Affairs. Il tema è squisito. Carrie A Lee, autore dell’articolo, docente allo U.S. Air War College, tocca una questione che non riguarda solo gli Stati Uniti. E’ un quesito che ogni Paese democratico dovrebbe porsi. Cosa succede se in politica estera diminuisce l’autorità politica civile rispetto a quella della leadership militare? In altre parole: cosa succede se i vertici militari hanno più potere della leadership politica nelle scelte di politica estera? La domanda ha una portata notevole. E se questo squilibrio avviene nella più grande potenza mondiale allora la questione diventa preoccupante. Che la leadership politica civile debba avere una prevalenza su quella militare è un principio di base nella Costituzione americana. Da quando Donald Trump è diventato presidente nel 2017, scrive Foreign Affairs, ha pian piano eroso questo principio. Come ha fatto? Con una progressiva riduzione dei funzionari civili dell’amministrazione americana in politica estera. Di conseguenza, con il peso maggiore che i militari hanno acquistato al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. Questo orientamento politico ha portato a una militarizzazione della politica estera. E a un ritorno, negli affari esteri, del cosiddetto “Culto dell’offensiva”. Quest’ultimo è la concezione che ripone una eccessiva fiducia nell’offensiva militare e nei suoi vantaggi. Secondo diversi analisti, il “culto dell’offensiva” ha contribuito all’esplosione della Prima Guerra Mondiale. Se non si ristabilisce la preminenza dell’autorità civile su quella militare, scrive Foreign Affairs, il rischio è quello di una nuova guerra di grande portata. E i riferimenti alla Cina non sono del tutto casuali.

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