Tensione Usa Russia al confine orientale

Perché e che cosa causa la tensione tra Usa e Russia al confine orientale.

Era inevitabile che la conseguenza diretta delle crisi “di confine” in Europa orientale portasse alla tensione tra Usa e Russia. I sospetti reciproci tra stati dell’Europa orientale sulla strumentalizzazione politica dei migranti che bussano alle frontiere orientali (Polonia, Lituania, Ucraina) hanno aumentato il nervosismo tra Mosca e Washington.

Gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di essere sul punto di lanciare un attacco militare in Ucraina dopo la concentrazione di militari del Cremlino vicini ai confini ucraini. La scorsa settimana il governo di Kiev aveva lanciato l’allarme di 100.000 soldati nei pressi dei suoi confini.

La risposta russa non si è fatta attendere. Il Cremlino ha dichiarato che gli Usa stanno alimentando la tensione in Europa orientale. Inoltre, ha esortato gli Stati Uniti a mettere fine insieme ai suoi alleati agli spostamenti di militari vicino ai confini russi. Proprio nello stesso tempo, Nato e Lettonia hanno lanciato l’operazione Winter Shields. Le esercitazioni coinvolgono forze di terra di Lettonia, Lituania e forze Nato nel Baltico e si svolgono a circa 23 km da Riga e a circa 250 km dal confine russo.

Queste manovre militari, tutte gestite dagli americani secondo Mosca, sono considerate provocazioni e manifestazioni di isteria tra gli ambienti politici e militari russi. Finora, le reazioni sono ancora rimaste nell’ambito del botta e risposta a distanza. I militari che da entrambe le parti si muovono lungo i confini dei paesi alleati sono però veri. I rischi di incidenti che possano sfociare in situazioni pericolose ci sono.

Gli Stati Uniti sono “prigionieri” dentro la Nato. Washington deve dimostrare, dopo gli anni di Donald Trump, di essere credibile e affidabile nel fornire supporto nei casi di attacco e di attivazione dell’articolo 5 dello Statuto della Nato (quello che dice che in caso di aggressione a un membro dell’Alleanza gli altri Stati vanno in suo soccorso). Così dalla Casa Bianca e Dipartimento di Stato difficilmente arriva un diniego all’impiego di militari in presidio o in esercitazioni vicino ai confini russi.

Sono diversi i Paesi dell’Europa orientale e membri della Nato che hanno chiesto il dispiegamento sui loro territori di forze Nato in modo da dissuadere eventuali azioni russe. L’annessione della Crimea da parte dei russi nel 2014 è un pericoloso precedente e preoccupa tutti i Paesi dell’ex-orbita sovietica.

Se gli Stati Uniti sono “costretti” a dimostrare i propri impegni agli alleati, e quindi a dispiegare uomini soprattutto nei Paesi baltici, altrettanto deve fare Mosca. Vladimir Putin è prigioniero delle sue stesse azioni. Il colpo di mano in Crimea gli ha reso la vita più complessa. Davanti alle continue mobilitazioni e presenze militari oltre confine, lo zar russo del 21 secolo deve mostrare i muscoli. Da qui gli spostamenti militari dentro i suoi confini, il corteggiamento alla Germania con l’accettazione del doppio gasdotto Nord Stream I e II, incursioni militari con velivoli o navi.

La situazione attuale ricorda per certi versi quella dell’Europa orientale tra le due guerre mondiali. I nuovi e freschi Stati nati dalle ceneri dello Stato zarista cercarono la partnership con la Francia e anche il supporto militare per i timori del risveglio del gigante russo. Un secolo dopo la storia sembra ripetersi e si aggiungono esercitazioni militari organizzate un po’ troppo facilmente. Chi ora deve mettersi in moto sono i meccanismi della diplomazia multilaterale, quella che si occupa di questioni più complesse. E che deve prevenire tensioni e escalation delle crisi.

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