Mladic confermato l'ergastolo

Il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha confermato in appello la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, il generale serbo-bosniaco noto come il boia di Srebrenica. Era il luglio del 1995 quando 8 mila bosniaci musulmani furono massacrati dagli uomini del generale Mladic. La Corte dell’Aja ha riconosciuto le accuse di crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra. L’ex-generale è stato condannato anche per l’assedio di Sarajevo. La questione però rilevante è quella dei 26 anni necessari alla giustizia internazionale per i due gradi di appello. Un iter simile a quello italiano.

Nel 2017 scrivevo questo:

Da oggi Ratko Mladic non è più un uomo libero. Il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja lo ha condannato all’ergastolo, riconoscendolo colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La storia lo aveva già condannato da tempo. Ora Mladic è un uomo solo con la sua coscienza, che porta il peso di migliaia di morti.

Fu lui a firmare i crimini più abominevoli perpetrati durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. I bombardamenti su Sarajevo, i cecchini sulle città bosniache, la strage di Srebrenica. Atti di violenza generalizzata volti a colpire la popolazione musulmana. Ho ancora il ricordo limpido delle bombe sui mercati, e del massacro di Srebrenica (il peggiore dalla seconda guerra mondiale) dove ottomila musulmani furono trucidati dagli uomini del generale Mladic.

Ora, finalmente un’autorità giudiziaria internazionale ha riconosciuto quei crimini, restituendo un minimo di giustizia a quei morti. Certo la sentenza del Tribunale che condanna il carnefice Mladic non assolve la comunità internazionale. Il mondo era consapevole di ciò che stava accadendo, ma si girava dall’altra parte. Come fece a Srebrenica, come fece a Sarajevo, come fece a Mostar.

Qualcuno ha scritto che a Srebrenica è morta la coscienza del mondo. Quella di Mladic invece è, per quel che ne sappiamo, sopravvissuta. Lo ha dimostrato lo stesso Mladic che è stato allontanato dall’aula del processo dopo un attacco di ira contro la Corte.

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