Ucraina e crisi esistenziale dell'Onu La lezione di Selassié

I corsi e ricorsi storici tornano. La lezione di Selassié. Come le analogie tra invasione dell’Ucraina e aggressione dell’Italia fascista all’Etiopia spiegano la crisi attuale dell’Onu.

La guerra di Vladimir Putin in Ucraina ha dato il colpo di grazia all’Organizzazione delle Nazioni Unite. La crisi esistenziale dell’Onu, che non scopriamo di certo in questi giorni, è davanti agli occhi del mondo. L’attacco russo è, paradossalmente, il momento giusto per realizzare una riforma concreta. Serve una nuova regolamentazione capace di far superare l’inerzia di organi come il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal diritto di veto, e l’Assemblea generale.


La lezione di Haile Selassié

C’è una grande similitudine tra l’aggressione dell’Italia fascista all’Etiopia e quella della Russia all’Ucraina. Ne parla anche il magazine statunitense Foreign Policy.

Tutto parte dall’intervento dell’imperatore etiope Haile Selassié a Ginevra il 30 giugno 1936. Il negus fa un appello davanti al board della Società delle Nazioni. Il nome originale è Lega della Nazioni. E’ stata creata dopo la Prima Guerra Mondiale per prevenire future guerre. Anticipa le Nazioni Unite, che nasceranno a San Francisco nel 1945 proprio sulle ceneri della Lega delle Nazioni.

Selassiè chiede aiuto per fermare l’ulteriore devastazione del suo Paese da parte dell’esercito fascista. Le forze etiopi combattono contro un nemico dotato di armamenti moderni e più potenti. L’Imperatore d’Etiopia riceve in cambio solidarietà e dimostrazioni di simpatia dalla Società delle Nazioni, Nessun impegno però a far scattare meccanismi di sicurezza collettiva. La Lega delle Nazioni si impegna solo sulle sanzioni. Come non individuare una similitudine con la situazione attuale?

Il fallimento delle sanzioni

L’unica scelta quindi sono le sanzioni. L’embargo che colpisce l’Italia riguarda beni di consumo e materie prime. Tra questi c’è il petrolio, necessario alla guerra di Mussolini. Il problema è che gli Stati Uniti non sono entrati nella Società delle Nazioni. Sono i principali fornitori di petrolio dell’Italia e possono continuare a farlo. Allo stesso modo oggi la Cina, e a volte la Turchia, sono tra i principali Paesi che non hanno accettato, in tutto o in parte, il regime sanzionatorio alla Russia.

Verso l’Italia, la Lega delle Nazioni applica sanzioni economiche e finanziarie. Quelle militari si riducono al divieto di vendere armi all’Italia. Tuttavia, e qui è l’errore, si lascia la possibilità di vendere alcuni materiali fondamentali per un’economia di guerra. Rame, zinco, ferro, acciaio, per esempio, possono essere esportati in Italia. Di conseguenza, gli effetti delle sanzioni sono lievi e colpiscono poco la macchina militare e l’economia italiana. L’articolo 16 dello statuto della Lega prevede ” la rottura immediata di tutte le relazioni commerciali con uno Stato aggressore”. I rappresentanti degli Stati sembrano dimenticarsi questo articolo nel caso italo-etiope.

Nella guerra ucraina, l’Onu si ferma sull’attuazione dell’articolo 41 del suo statuto. Questo prevede l’adozione di misure non implicanti l’uso della forza. Misure che possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche.


Il fallimento della sicurezza collettiva

Haile Selassié invoca l’articolo 10 del patto della Lega delle Nazioni. Questo prevede la creazione di un regime di protezione di un membro della Società delle Nazioni sotto attacco. Però non dice come fare, mettendo in risalto la debolezza di un intero sistema. Con due risoluzioni del 25 maggio 1935, la Società delle Nazioni tenta un arbitrato per prevenire che gli eventi precipitino. Arbitrato senza alcun esito, come sappiamo. Poco dopo l’Italia fascista dà inizio all’aggressione. Mussolini usa le armi chimiche perché non riesce a conquistare velocemente territorio. Allo stesso modo, Vladimir Putin spara sui civili, spinto dalla stessa frustrazione di Mussolini.

Il Consiglio della Lega delle Nazioni vota la condanna all’aggressione. Roma ha violato il patto, o meglio lo statuto, aggredendo l’Etiopia. Voti tutti a favore, tranne l’Italia. L’Assemblea approva la risoluzione di condanna del Consiglio. Sono 50 gli Stati a favore. Austria, Ungheria e Albania votano contro. La Svizzera mette la riserva. Anche in questa circostanza è possibile vedere le analogie con la situazione attuale. All’Onu il Consiglio di Sicurezza è bloccato dai veti incrociati. L’Assemblea generale vota la condanna della Russia, riconoscendola implicitamente come Stato aggressore. La Cina si astiene, così come altri Paesi. I corsi e ricorsi storici di Gianbattista Vico sono reali.


La storia che ritorna

Tre anni dopo l’attacco all’Etiopia, il mondo è in guerra. La Società delle Nazioni non è riuscita a prevenire il secondo conflitto mondiale per cause molto simili a quelle per cui oggi l’Onu non riesce a muovere alcuna pedina.

La vicenda italo-etiope ci ricorda 86 anni dopo gli stessi schemi di allora. Proprio come l’Italia, e poi la Germania, sfidarono l’ordine internazionale, Vladimir Putin va all’attacco del sistema internazionale attuale. In questo spera nell’aiuto cinese e degli altri Stati autocratici, come la Siria di Bashar al-Assad, l’Iran o la Corea del Nord. E confida più di tutto nella crisi esistenziale dell’Onu e delle altre agenzie istituzionali internazionali, svuotate anche del ruolo di mediazione diplomatica. Perché i colloqui si svolgono altrove, promossi da leader dei singoli Stati come arbitri. In questo il tiranno sembra avere ottenuto il suo obiettivo. Ma è lontano da vincere la guerra. Diceva il Mahatma Ghandi: “Ricordate che in tutti i tempi ci sono stati tiranni e assassini e che per un certo periodo sono sembrati invincibili, ma alla fine, cadono sempre, sempre”.

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