La Turchia e lo scontro sui migranti con l’UE

La Turchia e lo scontro sui migranti con l'Ue

La Turchia, l’Unione Europea e il dilemma dei migranti. Cosa succede nelle relazioni tra Ankara e Bruxelles.

Come sappiamo nei giorni scorsi il presidente turco Recep Erdogan ha incontrato a Bruxelles i vertici dell’Unione Europea, ma non ha raccolto quanto si attendeva da questi incontri bilaterali, tanto che non ha partecipato neppure alla conferenza congiunta finale, preferendo rientrare frettolosamente in patria. Dopo pochi giorni dagli incontri il capo della diplomazia turca, il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu in un suo editoriale sul quotidiano britannico “Financial Times” ha illustrato a chiare lettere quale è la posizione della Turchia rispetto alla questione dei migranti: La Turchia non può accogliere più rifugiati, né Siriani né di altre nazionalità. 

Oltre questa dichiarazione gli affondi dei turchi non si sono fatti attendere;  è chiaro l’attacco, neanche troppo velato, alle istituzioni europee, che secondo i vertici politici turchi sono colpevoli di inazione rispetto al tema dell’immigrazione. Cavusoglu scrive che la Turchia aveva messo in guardia l’Unione europea sulla necessità di combattere in maniera più vigorosa alcuni aspetti di alcune pericolose derive come l’estremismo, la xenofobia e l’antisemitismo. Ma gli europei non hanno risposto in maniera adeguata alle richieste della Turchia. 

Il ministro turco ha paragonato la situazione della Siria a quella di Gaza, parlando di “3,5 milioni di persone sequestrate” e sottolineando che il governo di Ankara ha chiesto in numerose occasioni all’Unione Europea di supportarla nella gestione della risoluzione della crisi regionale che ha coinvolto la Siria, mettendo in evidenza che in una tale situazione non si può non considerare anche tutto ciò che questa crisi ha creato anche nei paesi confinanti. 

Il ministro degli Esteri spiega anche le ragioni alla base della decisione di aprire nelle scorse settimane le frontiere con Grecia e Bulgaria ai migranti, affermando di “non potere obbligare questi ultimi a rimanere, visto e considerato che la Turchia non è mai stata la loro destinazione finale. Non si è fatto cenno da parte turca agli accordi economici stipulati a suo tempo che prevedevano un finanziamento milionario per la gestione dei rifugiati in territorio turco. Cavusoglu dichiara che le forze di sicurezza turche hanno trattenuto nel 2019 quasi 455 mila persone che stavano tentando di migrare illegalmente, aggiungendo che la Turchia “non può continuare a proteggere da sola i confini della Nato e d’Europa”.


Il ricatto di Erdogan


Il ministro inoltre usa l’arma dell’appartenenza alla Nato e commenta che nel momento in cui i soldati turchi sono stati attaccati hanno risposto con forza dimostrando che significa attaccare un paese membro della Nato. È qui evidente come la Turchia usi la sua appartenenza alla Nato quando le è congeniale, dimenticandola, ad esempio, quando ha acquistato armamenti dalla Russia. 

Il governo turco condanna l’atteggiamento dell’Unione europea, che secondo la sua visione non ha fatto nulla di concreto per salvare i migranti dalle forze di confine greche che hanno utilizzato i lacrimogeni. I turchi attaccano esplicitamente anche la Grecia accusata di aver gestito male la pretesa dei migranti di entrare nel loro territorio. 

Il ministro torna poi su un tema che sembrava ormai dimenticato: l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Cavusoglu conclude qualificando il rifiuto europeo di accettare l’ingresso di Ankara nell’Unione come “la maggiore follia geopolitica da generazioni”. 

Appare chiaro che la Turchia sta continuando nella sua linea di politica estera che l’ha contraddistinta negli ultimi anni. Una sorta di ambivalenza che la vede alleata di volta in volta di diversi stati, spesso appartenenti a blocchi contrapposti. Questa linea di condotta è nel disegno egemonico di Ankara, dovrebbe mettere la Turchia nella posizione di protagonista internazionale, soprattutto nello scacchiere mediterraneo e medio orientale. Bisogna però valutare se alla lunga questo atteggiamento possa produrre effetti negativi, come ad esempio un isolamento internazionale.

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