Le elezioni presidenziali dello scorso 9 agosto allontanano l’Unione Europea dalla Bielorussia del presidente Alexander Lukashenko.

E’ bastato un giorno di elezioni lo scorso 9 agosto per mettere in crisi quattro anni di tentativi e approcci di avvicinamento tra Unione Europea e Bielorussia. L’alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha dichiarato senza mezzi termini che “le elezioni non sono state libere e giuste” e che “occorre procedere a una revisione delle relazioni con la Bielorussia”. La posizione di Borrell arriva al termine di una giornata convulsa in cui l’Unione Europea ha tentato di trovare una posizione di unanimità sulle elezioni nel Paese governato per la sesta volta consecutiva dal presidente Alexander Lukashenko. I 27 rappresentanti degli Stati membri non hanno trovato un punto di convergenza unanime. Il leader ungherese Viktor Orbàn non era d’accordo sulla colpevolizzazione della Bielorussia. Nonostante questo, la maggioranza dei paesi soci del club europeo concorda che le elezioni siano state falsate e ha condannato la violenza sproporzionata seguita alle proteste di piazza. La Bielorussia diventa quindi sempre più un satellite della Russia di Vladimir Putin e apre un nuovo orizzonte geopolitico in Europa. Ad ogni modo, la mancanza di unanimità implica che l’Ue non può adottare sanzioni nei confronti del Paese di Lukashenko. Si torna quindi a prima del 2015, l’anno in cui Bruxelles congelò e poi sospese tutte le sanzioni verso la Bielorussia a seguito della liberazione dei prigionieri politici, un gesto ritenuto di buona volontà allora dai vertici europei. Nel 2016, le autorità europee si spinsero più in là decidendo lo stanziamento di una somma di 30 milioni di euro all’anno per la Bielorussia. Era la politica del buon vicinato, che provava a allontanare il governo di Minsk dall’orbita russa negli anni difficili seguiti all’annessione della Crimea e alla guerra nell’Ucraina dell’est. La strategia a Bruxelles e a Washington era quella di isolare Mosca e accerchiarla con Paesi politicamente vicini all’Occidente. Negli anni successivi le tensioni crescenti tra il presidente Lukashenko e Putin avevano fatto sperare a un ingresso della Bielorussia nella sfera comunitaria. Soprattutto con relazioni importanti di Minsk con Polonia, Lituania e Lettonia. Tutto sembrava andare per il meglio tanto che all’inizio del 2020 l’Unione Europea firmò un accordo con Lukashenko per semplificare la concessione di visti di entrata nel territorio dell’Ue. Gli Stati Uniti hanno firmato a maggio un accordo petrolifero con la Bielorussia. Questo fino alle elezioni del 9 agosto scorso, che hanno rovesciato completamente l’assetto raggiunto. Le polemiche, gli scontri, i sospetti di brogli e l’emigrazione della leader dell’opposizione Svetlana Tijanovskaya in Lituania, hanno rotto l’idillio tra Bruxelles e Minsk. Varsavia ha addirittura chiesto un vertice straordinario europeo sulla Bielorussia. Senza l’Ue, la Bielorussia (che è anche membro dell’Unione economica euroasiatica creata da Mosca) appare una merce nelle mani di Putin. Ma la Bielorussia, come ha spiegato Valeria Klymenko dell’autorevole think tank Friederick Ebert Stiftung, potrebbe collocarsi in una situazione di neutralità. Una condizione che aiuterebbe Lukashenko a riconquistare un ruolo centrale sul palcoscenico geopolitico europeo.

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