i 10 conflitti più pericolosi nel 2020
i 10 conflitti più pericolosi nel 2020

Robert Malley, Ceo dell’International Crisis Group, analizza i 10 conflitti che possono destabilizzare il mondo nel 2020.

Quali sono i 10 conflitti più pericolosi nel nel 2020? Ce lo racconta Robert Malley, autorevole esperto di politica internazionale, già assistente di Barack Obama per il Medio Oriente e Ceo del prestigioso think tank americano International Crisis Group. Malley ha scritto un lungo editoriale sul magazine americano Foreign Policy.

La sua analisi parte dal presupposto che le crisi attuali rispecchiano la trasformazione in corso dell’ordine internazionale. I conflitti, anche se localizzati a livello regionale o addirittura interni, possono destabilizzare l’equilibrio internazionale e diventare pericolosi per il mondo nel 2020.

La balance of power è insomma a rischio e gli attacchi allo status quo internazionale sono notevoli. Russia e Cina guidano questa tendenza a destabilizzare. Non vanno però sottovalutati Paesi come l’Iran, in cerca di leadership nel Golfo, l’Afghanistan, la Corea del Nord, la Turchia. Le potenze continueranno nel 2020 a essere in cerca di un proprio ruolo nel teatro globale.

Ruoli mutevoli e intercambiabili. Su questi molto dipenderà anche dall’esito delle elezioni presidenziali americane (e dall’impeachment). Non sarà indifferente, nell’anno che verrà, se a guidare gli Usa ci sarà ancora Donald Trump o un altro presidente. I rapporti internazionali potrebbero cambiare a breve e rovesciarsi di nuovo dopo il voto americano del novembre 2020.

Ecco quali sono per Malley i 10 conflitti più pericolosi nel 2020. Volutamente è stata tenuta fuori la Siria, vero campo di battaglia su cui si misurano, e continueranno a farlo, le grandi potenze.

Afghanistan

Il Paese è in guerra continua dal 2001. Prima gli attacchi americani a seguito degli attentati alle Twin Towers di New York. Dopo gli scontri interni contro la presenza militare Usa e Nato e la lunga guerra civile tra talebani e governo di Kabul. Infine gli scontri tra talebani, esercito governativo e integralisti islamici dell’Isis. Una situazione esplosiva, placata in parte dalla scelta dell’amministrazione Usa di avviare un percorso di negoziati per definire una road map per la pace. Per la prima volta, Washington ha acconsentito a sedersi a un tavolo con i rappresentanti del talebani, accusati di avere protetto e nascosto Osama bin Laden mandante delle stragi di New York. Il negoziato, che ha coinvolto solo in una seconda fase il governo di Kabul, ha aperto una speranza di mettere fine a un conflitto che ha causato in vent’anni decine di migliaia di morti. A settembre 2019 si sono tenute le elezioi presidenziali che hanno contrapposto il presidente uscente Ashraf Ghani a Abdullah Abdullah. L’esito doveva essere comunicato lo scorso 22 dicembre. Tutto però è rimandato a gennaio 2020. Gli exit poll davano un leggero vantaggio a Ghani che supererebbe di poco la soglia del 50% necessaria per evitare il ballottaggio. L’Afghanistan si gioca tutto tra elezioni e raod map per la pace. Se scivola di nuovo nella guerra, l’instabilità dell’area tra Golfo e Asia rischia di aumentare, anche per le spinte da Iran e Pakistan.

Yemen

La guerra in Yemen ha causato oltre 100.000 morti in quattro anni. L’Onu ha fatto più volte appello a mettere fine a una crisi umanitaria tra le più gravi a livello mondiale. Nel Paese, tra i più poveri della regione, è in corso una guerra per procura tra l’Iran da una parte e gli Stati Uniti e loro alleati dall’altra. La coalizione internazionale che ha lanciato l’intervento militare nel 2015 è guidata dall’Araba Saudita, principale rivale regionale dell’Iran e stretto alleato della Casa Bianca. La soluzione del conflitto molto dipende da una serie di fattori locali, regionali e internazionali. Una miscela che rende naturalmente difficilissimo trovare una via d’uscita e avviare un percorso di pace. Un segnale positivo c’è stato a dicembre 2018 con un accordo firmato a Stoccolma per un cessate il fuoco nella città portuale di Hodeida sul Mar Rosso. La tregua di Stoccolma è stata sottoscritta dal governo internazionalmente riconosciuto del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, sostenuto da Washington e Riad, e i ribelli Houthi, sciiti sostenuti dall’Iran, che controllano dal 2014 la capitale yemenita Sanaa. Nonostante il cessate il fuoco, gli scontri sono continuati nel 2019. Il culmine è stato raggiunto a settembre con il lancio ripetuto di missili verso i campi di estrazione petrolifera dell’Arabia Saudita. Gli Houthi hanno rivendicato l’attacco missilistico. A Riad e a Washington è invece chiara la mano iraniana dietro l’aggressione. Questo però ha portato sauditi e Houthi a aprire un canale di dialogo per una de-escalation del conflitto. Le Nazioni Unite auspicano che nel 2020 potrebbero aprirsi negoziati ufficiali per un percorso di pace. Lo Yemen rimane comunque un’area di forte instabilità per la regione del Golfo.

Etiopia

Il Paese più grande e popoloso dell’Africa orientale potrebbe essere anche quello più a rischio di conflitto civile e destabilizzazione regionale. Il premier Abiy Ahmed ha messo fine alla lunga tensione e guerra latente con l’Eritrea. Ha avviato una politica di liberalizzazioni e modernizzazione dell’economia. Tuttavia, proprio il nuovo corso etiope ha lanciato anche un ritorno a vecchi etno-nazionalismi, rimasti latenti per anni. In alcune regioni, le leadership etniche e tribali rivendicano interessi territoriali e economici. Nel Paese si assiste a un ritorno dello scontro tra governo federale centrale e autorità periferiche. E tornano le proteste, non solo di tipo economico, ma anche nazionaliste e tribali. A maggio 2020 l’Etiopia va alle urne per le elezioni politiche. Il rischio è che il turno elettorale sia occasione di nuovi scontri. Alcuni osservatori internazionali prevedono un effetto ex-Jugoslavia per il Paese africano.

Burkina Faso

E’ il Paese della regione del Sahel  con la maggiore instabilità. Dal 2016 è in corso un’insurrezione islamica condotta dal gruppo Ansarul Islam, vicino al movimento islamico operativo nel confinante Mali e influenzato da al-Qaida. Finora si è trattato di azioni a bassa intensità. Ma la situazione e gli attentati potrebbero aumentare nel 2020. E destabilizzare una regione già colpita dalle azioni terroristiche in Mali. A peggiorare l’instabilità ci sono anche i frequenti scioperi e scontri nella capitale, causati dalla condizione economica precaria e dalle accuse contro il governo di fare poco per garantire la sicurezza economica e prevenire gli attentati. A novembre 2020 il Burkina Faso va al voto. Il rischio è di forti scontri e presa del potere da parte degli integralisti islamici. Qualcuno sostiene che la strategia dei miliziani islamici sia quella di prendere il potere in Burkina Faso per estenderlo lungo la costa occidentale: Costa d’Avorio, Ghana e Benin.

Libia

Il Paese nordafricano è un terreno di scontro non solo interno ma anche internazionale. Dal 2016 lo scontro è tra il governo internazionalmente riconosciuto di Feisal al- Serraj con sede a Tripoli e quello del generale Haftar con sede a Bengasi. A aprile 2019 il generale Haftar ha lanciato una forte offensiva militare contro Tripoli. A livello internazionale, Haftar ha l’appoggio di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia. Tripoli è sostenuto dalla Turchia. Oltre che dall’Unione Europea. La posizione di Washington è ballerina. Ufficialmente sostiene Tripoli ma strizza l’occhio a Haftar. Lo stesso fa la Francia di Macron, che per ragioni di antagonismo petrolifero con l’Italia, non fa mistero di appoggiare Haftar anche se ufficialmente sostiene Serraj. Una situazione dunque esplosiva, dai molteplici fattori internazionali.

Stati Uniti e Iran

Nel 2019 la tensione tra Washington e Teheran si è alzata notevolmente. A causarla è stata la scelta di Trump di uscire dal trattato sul nucleare firmato nel 2015 da Barack Obama. E dopo l’imposizione di sanzioni all’Iran. Dura la reazione a Teheran. A maggio il governo ha annunciato di iniziare a non rispettare l’accordo nucleare. E ha ripreso l’arricchimento dell’uranio. Nel 2020 il rischio è che la crisi Iran-Usa raggiunga il punto di ebollizione. Con ripercussioni serie su tutta la regione del Golfo.

Stati Uniti e Corea del Nord

I due Paesi nel 2017 hanno avviato un dialogo che ha anche portato a un incontro tra i presidenti Trump e Kim Jong-un. L’aria di distensione però è cambiata nel 2019. La tensione è cresciuta notevolmente nel corso dell’anno dopo una fase di impasse a cui è seguita una serie di accuse reciproche tra Washington e Pyongyang. Nel 2020 la crisi rischia di precipitare con conseguenze sull’area sud-est asiatica. Nella relazione Usa Corea del Nord possono giocare di pressing Russia e Cina, ribaltando l’equilibrio nell’area.

Kashmir

Il 2019 ha visto il ritorno dello scontro tra India e Pakistan per il territorio storicamente conteso dai due Paesi. Milizie e militari di entrambi gli Stati sono stati protagonisti di scontri a fuoco. Un proseguimento della crisi nel 2020 mette a rischio la stabilità regionale nel subcontinente asiatico. India e Pakistan possono destabilizzare il sistema internazionale e non solo regionale. Senza dimenticare che entrambi gli Stati sono potenze nucleari.

Venezuela

Il Venezuela è diviso in due ed è sull’orlo di una guerra civile. Da una parte il governo di Nicolas Maduro e dall’altra l’autoproclamato premier Jùan Guaidò. I governi stranieri si sono divisi come lo stesso Venezuela. Alcuni, come gli Stati Uniti, hanno riconosciuto Guaidò. Altri, come la Russia, sostengono Maduro. La divisione sul Venezuela rischia di diventare destabilizzante nel caso in cui la crisi interna venezuelana sfoci in una guerra civile. Inoltre, c’è la grande crisi umanitaria. L’Onu stima che almeno 7 milioni di venezuelani possano affrontare una crisi umanitaria.

Ucraina

L’accordo di Parigi tra i presidenti di Ucraina e Russia, con la mediazione franco-tedesca, fa ben sperare. Anche se non è stato raggiunto un nuovo accordo che prosegua quello di Minsk nel 2015, Zelensky e Putin hanno concordato un cessate il fuoco nel Donbass. L’Europa ha bisogno più che mai di stabilità a est. Il proseguimento della guerra di Ucraina mette in pericolo la tenuta e può destabilizzare le relazioni est-ovest e rendere difficile una soluzione pacifica anche nelle relazioni est-ovest.

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