Hong Kong in fiamme

Un’analisi sull’escalation di violenza tra fake news, richieste sempre più ampie, rischio di intervento militare.

di Stefania Grosso. Non si placano le proteste iniziate ormai più di tre mesi fa nell’ex colonia britannica. Anzi, nel corso degli ultimi weekend si è giunti ad un punto di non ritorno, con le proteste pacifiche che hanno preso una piega violenta e sempre più persone che hanno deciso di scendere per le strade a sostegno degli attivisti. Negli ultimi giorni in cui sono stati sparati colpi veri – anche se in aria – e sono stati usati i cannoni ad acqua per respingere i manifestanti. Un’escalation di violenza tra richieste sempre più ampie, fake news e il pericolo di un intervento militare, la situazione ad Hong Kong si fa sempre più grave.

Cosa sta succedendo ad Hong Kong

L’ultima notizia è che la governatrice della penisola, Carrie Lam, ha annunciato il ritiro definitivo della legge sull’estradizione, la contestata legge che ha dato il via alle proteste prima dell’estate. Lam, che si era ritrovata in una posizione difficile, soprattutto dopo la diffusione di un audio in cui ammetteva di volersi ritirare, ha definitivamente cancellato la proposta di legge. Basterà a fermare le proteste?

Le richieste dei manifestanti, i quali rappresentano la maggior parte degli strati sociali della popolazione, dai giovanissimi ai lavoratori passando per alcuni funzionari pubblici, si sono ampliate nel corso di questi mesi. I cittadini di Hong Kong scesi per le strade in questi mesi, rischiando molte volte il tutto per tutto, lottavano e lottano ancora per qualcosa di ancora più grande: una vera democrazia.

I punti dei manifestanti, oltre al ritiro della legge sull’estradizione sono i seguenti:

  • suffragio universale nelle elezioni del capo del governo e del consiglio legislativo

  • la soppressione da parte del governo della definizione degli scontri come sommosse

  • l’avvio di un’indagine completamente indipendente sulle azioni della polizia

  • il rilascio incondizionato di tutte le persone arrestate nelle manifestazioni

Richieste fondamentali per instaurare un processo di vera democratizzazione dell’ex colonia.

Cosa succederà

L’esito è ancora incerto, mentre la Cina si preoccupa di ciò che può rappresentare la rivolta di Hong Kong. Proprio per questo ha cercato di screditare i manifestanti attraverso sistemi vietati in Cina come i social network Facebook e Twitter, su cui sono state diffuse fake news utilizzando un altro sistema vietato, una connessione VPN. Naturalmente le fake news sono state bloccate sul nascere ma intanto in Cina il sentimento anti Hong Kong è cresciuto. Così come è cresciuta la distanza tra l’ex colonia britannica – che da sempre è un ponte tra occidente e oriente – e il governo centrale. Ormai è tardi, come ha detto lo stesso Joshua Wong, uno dei leader delle proteste, e gli hongkonghesi si sentono sempre meno cinesi e vogliono lottare per la loro autonomia. Certo, il peso di un blocco sull’economia si farà presto sentire in una situazione già sbilanciata, nonostante anche molti commercianti siano d’accordo con le richieste dei manifestanti. Resta da capire per quanto tempo Pechino rimarrà a guardare senza agire direttamente.

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