Gli Stati Uniti vogliono più Arabia Saudita a Gerusalemme

La Casa Bianca parla di soluzioni creative e vuole un ruolo per i sauditi nella città santa. Custodia dei luoghi sacri a Gerusalemme all’Arabia Saudita.

La strategia della Casa Bianca punta a un ruolo di primo piano per l’Arabia Saudita a Gerusalemme. Jason Greenblatt, mediatore per il Medio Oriente di Washington, e Jared Kushner, genero di Donald Trump, stanno lavorando da mesi all’accordo del secolo, il grande progetto per l’area mediorientale su cui ha scommesso l’Amministrazione Usa e ancora in parte misterioso. Tra gli obiettivi c’è anche di cambiare gli assetti storici sulla Città Santa. Lo scorso anno, Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Una mossa rivoluzionaria per gli equilibri regionali e internazionali. Quella decisione non ha avuto il seguito che sperava. Solo pochi Stati hanno seguito l’America. Alcuni di loro molto timidamente e con scarsa convinzione. Ma la Casa Bianca forza ancora la mano. E propone che l’Arabia Saudita abbia la custodia dei luoghi sacri di Gerusalemme dove si trova la Spianata delle Moschee, terzo luogo sacro per l’Islam dopo la Mecca e Medina. Il ruolo storicamente appartiene alla Giordania ed è ambito da Turchia e Marocco. In un intervento alle Nazioni Unite di qualche giorno fa, Greenblatt ha detto che servono “soluzioni creative” per Gerusalemme data l’impasse attuale. La diplomazia americana avrà una strada tutta in salita a fare digerire la creatività di Greenblatt e Kushner sulla città santa. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Ano), Abu Mazen, ha già fatto sapere lo scorso 25 luglio che i palestinesi non accetteranno l’accordo del secolo. Anzi, l’Anp è sul punto di disotterrare l’ascia di guerra perché Abu Mazen ha annunciato di essere pronto a sospendere tutti gli accordi sottoscritti con Israele. Una minaccia lanciata a seguito della inarrestabile politica israeliana degli insediamenti in Cisgiordania e la recente demolizione di abitazioni palestinesi a Gerusalemme est. In questo contesto, rimettere in discussione anche gli equilibri religiosi sostituendo la tutela giordana dei luoghi sacri con quella saudita avrebbe conseguenze devastanti. Soprattutto perché è davanti agli occhi dei palestinesi la stretta relazione tra Trump e gli sceicchi sauditi e l’amicizia tra il genero del presidente Usa e il principe ereditario Mohammed Bin Salman. Il ruolo saudita andrebbe anche a mettere in crisi il Trattato di Pace del 1994 tra Israele e Giordania, in cui si riconosceva il ruolo di Amman a Gerusalemme. Il re giordano Abdullah II subirebbe uno smacco dal sapore di una beffa. I sauditi versano migliaia di dollari per la conservazione dei luoghi di culto a Gerusalemme. Il motivo è sempre stato quello di garantire l’internazionalizzazione della città e l’attrazione di pellegrini e turisti. Il re giordano ha lasciato fare, anche perché il suo regno attraversa una crisi economica e sociale non da poco. Ora rischia che proprio il principale finanziatore si pappi la torta di Gerusalemme. Con effetti politici che potrebbero essere incontrollabili. In Giordania e in tutta la regione.

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