Europa e trattato di Santo Stefano e congresso di Berlino

La crisi dei Balcani mette a dura prova la tenuta dell’equilibrio internazionale e attira l’attenzione del resto d’Europa. Il trattato di Santo Stefano e quello di Berlino modificano lo status quo territoriale.

Dopo il 1870 l’ordine internazionale creato a Vienna nel 1815 cambia ancora forma. Il trattato di Francoforte del 1871 che mette fine alla guerra franco-tedesca sancisce la nascita del Regno di Germania. A quest’ultimo sono annessi i territori di Alsazia e Lorena, una ferita che segnerà la politica francese (ma anche europea) per altri 75 anni.

Il primo colpo all’assetto territoriale e politico europeo arriva dai Balcani. E’ qui che dal 1875 riesplodono le crisi che mettono alla prova le relazioni tra le grandi potenze.


La crisi balcanica

Nei Balcani il dominio ottomano si era indebolito dopo la creazione del principato di Serbia e Montenegro, del Regno di Grecia e del principato di Romania. Queste conquiste politiche da parte dei movimenti nazionali stimolano i nazionalisti degli altri Paesi non ancora autonomi dal sultano. In particolare sono la Bosnia-Erzegovina e la Bulgaria a vivere una situazione turbolenta causata da rivolte e movimenti anti-ottomani. La Bulgaria inoltre ha ottenuto la possibilità di avere un patriarca ortodosso, l’esarca, e non dipendere da Costantinopoli. Su questi Paesi e i loro sentimenti nazionali giocano la loro partita le potenze europee. Soprattutto la Russia e l’Austria-Ungheria.

La miccia si accende in Bosnia Erzegovina. Qui la maggioranza della popolazione è di lingua serba e religione ortodossa. Solo la nobiltà e i ceti più alti si sono convertiti all’Islam con il motivo di mantenere i loro privilegi e avere un rapporto preferenziale con il sultano. In Bosnia la propaganda serba è intensa e agisce sui sentimenti nazionali della popolazione. Attrae molto la proposta del 1875 del principe serbo Mihail Obrenovic di dare vita a una confederazione balcanica anti-turca.

L’insurrezione comincia in Bosnia-Erzegovina nel 1875. L’esercito turco reagisce con massacri. Serbia e Montenegro dichiarano guerra all’impero ottomano. Ritorna, insomma in questi anni, la questione d’oriente.

Le potenze europee e la crisi nei Balcani

Come si posizionano le potenze europee in questa occasione ghiotta per gli interessi nazionali di alcune di loro? La Russia può approfittare della crisi balcanica per estendere la sua influenza sulle popolazioni slave e indebolire non solo il sultano ma anche il ruolo dell’Austria-Ungheria nella penisola. Lo zar però sa bene che l’estensione dell’influenza russa troverebbe l’opposizione di Vienna. L’Austria-Ungheria vuole impedire che la Russia arrivi all’Adriatico e punta a tutelare la via commerciale che arriva fino in Grecia. Tra Serbia e Montenegro le autorità viennesi sono interessate al Sangiaccato di Novi Pazar, sotto dominazione ottomana. La Gran Bretagna ha tutto l’interesse a mantenere integro l’impero ottomano per impedire che la Russia metta mano sugli Stretti del Bosforo e Dardanelli.

La Russia decide di passare all’azione. Dopo alcuni tentativi di poca sostanza per costringere il sultano a cedere l’autonomia amministrativa a bosniaci e bulgari, lo zar minaccia l’intervento. Prima però si assicura la benevola neutralità dell’Austria con un accordo segreto firmato il 15 gennaio 1877. In caso di guerra russo-turca, il governo austro-ungarico mantiene la neutralità e si impegna a agire diplomaticamente nel caso voglia intervenire una terza potenza (cioè l’Inghilterra). In cambio, Vienna ottiene il diritto di occupare la Bosnia-Erzegovina. Lo zar ha quindi le mani libere per attaccare l’impero ottomano.

E lo fa nell’aprile 1877. Le armate russe occupano la Romania, si dirigono verso il Danubio e conquistano la città di Plevna. Da qui, dopo un lungo assedio, arrivano a Adrianopoli e marciano su Costantinopoli. E’ a questo punto che entra in gioco la diplomazia europea. Fino alla conquista di Plevna non c’erano stati segnali d’allarme. Ma la conquista di Costantinopoli può essere un pericolo. Gran Bretagna e Austria-Ungheria si oppongono all’avanzata russa. Londra dice che non sarà tollerata la caduta della città. Andrassy, ministro degli esteri dell’impero austro-ungarico fa sapere che il colpo di mano russo metterebbe l’Europa davanti al fatto compiuto e chiede che non vengano poste condizioni di pace alla Turchia senza consultare prima le altre potenze. Vienna in questo modo preserva lo status quo balcanico senza mettere in discussione l’accordo segreto austro-russo del 1877.


Il Trattato di Santo Stefano e la Conferenza di Berlino

Lo zar si ferma. Ma senza consultare le altre potenze firma un trattato di pace il 3 marzo 1878 nella località turca di Santo Stefano. Ecco cosa prevede il trattato:

  • La Russia annette le città di Kars, Bayazid e Badum, nella parte asiatica dell’impero ottomano. Nella parte europea, i russi ottengono la Dobrugia.
  • La Serbia e il Montenegro si ingrandiscono. La prima ottiene la Valle della Morava, mentre il secondo si estende al Mar Adriatico.
  • La Bosnia Erzegovina ottiene l’autonomia;
  • La Romania, già autonoma, ottiene l’indipendenza;
  • Nasce il principato autonomo di Bulgaria. I territori staccati dall’impero ottomano formano così la Grande Bulgaria, con un territorio che si estende dal Danubio all’Egeo, includendo la Rumelia e la Macedonia;

Con il Trattato di Santo Stefano la Russia smembra l’impero ottomano e lo esautora dall’Europa. Soprattutto lo zar mette le altre potenze davanti al fatto compiuto. Ancora una volta sono la Gran Bretagna e l’Austria-Ungheria a intervenire. Chiedono ai russi la revisione immediata delle clausole del Trattato e la convocazione di un congresso. Entrambe ottengono grazie a accordi con i russi la riduzione della Grande Bulgaria. Che viene divisa in due principati autonomi: la Bulgaria e la Rumelia. Quest’ultima resta sotto gli ottomani ma con un governatore cristiano. In Turchia, la Russia conserva quanto stabilito a Santo Stefano a esclusione di Bayazid, che resta turca, punto di partenza delle strade commerciali verso l’Eufrate.

Queste revisioni vengono poi sancite durante il congresso di Berlino che si svolge tra il 15 giugno e 13 luglio 1878. Nella capitale dell’impero prussiano si fanno anche altri aggiustamenti: Serbia e Montenegro subiscono riduzioni, la Grecia si ingrandisce con la Tessaglia, la Romania deve cedere alla Russia la Bessarabia, mentre i russi lasciano ai rumeni la Dobrugia. A Berlino si riconosce il diritto austro-ungarico a amministrare la Bosnia Erzegovina ma non alla sua annessione e quello di tenere truppe nel Sangiaccato di Novipasnar. L’impero austro-ungarico è il vero vincitore della partita balcanica perché ha ottenuto i risultati che sperava. La Gran Bretagna ha impedito il crollo dell’impero ottomano e l’estensione dell’influenza russa fino agli Stretti. Londra ottiene a Berlino l’isola di Cipro, un risultato importante sotto il profilo strategico e commerciale. La Russia ha risultati inferiori alle attese. Per dirla con Robert Gilpin, i russi hanno ottenuto benefici inferiori ai costi necessari per raggiungerli. Lo zar ha dovuto rinunciare alla creazione della Grande Bulgaria. E vede un unico colpevole: l’Austria-Ungheria. I rancori crescono e i rischi di destabilizzazione aumentano.

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