Cosa sappiamo della crisi in Bolivia

Nel Paese andino è in corso una profonda crisi politico-istituzionale. Nonostante il piccolo miracolo economico di Evo Morales. Cosa succede in Bolivia?

La crisi in Bolivia è politica e istituzionale. Il piccolo Paese delle Ande è stato il protagonista di un piccolo miracolo economico sotto la guida del presidente Evo Morales. Ora tutto è rimesso in gioco. Incluso il quadro delle alleanze internazionali e la modifica degli assetti geopolitici sudamericani. Gli scontri sono continui e ci sono già 23 morti. Proviamo a capire cosa succede in Bolivia e il perché di una crisi pericolosa.

Le dimissioni di Morales

Partiamo dalla fine. Dopo quasi un mese di proteste, il presidente boliviano Evo Morales si dimette e si rifugia in Messico. E’ il 10 novembre. Morales è stato eletto nel 2005 e ha cominciato il suo mandato nel 2006. E’ il primo presidente indigeno della storia della Bolivia. Prima di darsi alla politica, ha coltivato cocaina che nel suo Paese è di uso comune.

L’ex-presidente sostiene di essere vittima di un golpe, un colpo di Stato orchestrato da opposizione, militari e Stati stranieri. Come prova del complotto, racconta che un agente della sua scorta gli ha rivelato di avere ricevuto un’offerta di 50.000 dollari per arrestarlo. Un ruolo decisivo nella vicenda boliviana è dell’esercito. Il comandante supremo delle forze armate, generale Williams Kaliman, ha suggerito al presidente di dimettersi, come scrive la Bbc online.

Il fatto

Tutto comincia con le denunce di brogli elettorali nelle elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre. Morales si dichiara vincitore al primo turno, a spoglio ancora in corso. Per evitare il ballottaggio servono dieci punti percentuali di vantaggio sull’avversario Carlos Mesa, candidato dall’opposizione. I risultati ufficiali con il 97% dei voti scrutinati dicono che Morales ha il 46,94% dei voti, mentre l’avversario ottiene il 37.01%. Ce n’è abbastanza per scatenare le proteste e gli scontri tra sostenitori e oppositori di Morales. I secondi accusano l’ex-presidente di brogli elettorali. A scrutinio completato Morales risulta avanti di dieci punti percentuali con il 47.07% rispetto al 36,51% del rivale.

Sulla vicenda interviene anche l’Organizzazione degli Stato Americano (Osa) presente con i suoi osservatori durante la operazioni elettorali. Gli ispettori dell’Osa redigono un rapporto in cui scrivono di irregolarità e raccomandano nuove elezioni. L’Osa getta così benzina sul fuoco che già divampa nel Paese dove gli scontri sono più frequenti. Morales accoglie la richiesta e annuncia nuove elezioni. Subito dopo però è costretto a dimettersi per l’intervento di polizia, forze armate e opposizione.

Alle origini della crisi in Bolivia

Le origini di questa crisi politica sono più profonde e riguardano l’assetto istituzionale della Bolivia. Per comprenderne la ragioni facciamo un salto indietro nel tempo. Un referendum nel 2016 boccia la modifica della Costituzione boliviana proposta da Morales. Il progetto di riforma costituzionale prevede, tra le altre cose, di cancellare il limite dei due mandati presidenziali. Una situazione “africana”, simile appunto a tanti tentativi di prolungare la “vita da presidente” che ha scatenato molti scontri negli Stati africani.

Il partito di Morales, Movimento y socialismo, però non arrende. Fa un ricorso alla Corte Costituzionale e ribalta l’esito del referendum. I magistrati della Corte Suprema firmano una sentenza in cui si definisce incostituzionale il tetto dei due mandati. La motivazione? E’ una violazione dei diritto del cittadino a candidarsi. Quindi si va al voto. Con Morales ancora candidato dopo 13 anni di presidenza.

L’opposizione al potere

A seguito delle dimissioni di Evo Morales, si apre un vuoto istituzionale. A chi spetta ora il ruolo di presidente ad interim che deve indire le nuove elezioni? Il dibattito istituzionale avviene in un clima di tensione altissima a La Paz e in tutte le città boliviane. Il rischio è di innescare una nuova crisi perché la Costituzione boliviana non è chiara al riguardo e non ha contemplato questa possibilità. A rivendicare il ruolo si fa avanti la vice-presidente del Senato Jeanine Anez Chavez. E’ un’esponente del partito di opposizione Uniòn Democràtica. Il problema sta nel passaggio dei poteri, che va approvato dal Parlamento dove però il partito di Morales ha la maggioranza.

Chi è Jeanine Anez e come è diventata presidente ad interim

Sempre critica nei confronti del presidente Morales, Jeanine Anez è un avvocato boliviano di 52 anni. E’ in Senato dal 2010. Prima di darsi alla politica ha alternato la sua attività di legale alla direzione della stazione televisiva boliviana Totalvision. Per sbloccare l’impasse istituzionale, la Anez si è autoproclamata presidente ad interim della Bolivia lo scorso 12 novembre. In questo ha avuto il sostegno della Corte Costituzionale, che ha trovato un escamotage sugli aspetti costituzionali della sua autonomina. Gli Stati Uniti l’hanno subito riconosciuta. E’ lo stesso schema seguito con Juàn Guaidò in Venezuela. Per contraccambiare, l’ambiziosa Anez ha rotto immediatamente le relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro. E ha rispedito a casa oltre 700 medici cubani operativi nel Paese. La Anez ha dichiarato di volere subito indire nuove elezioni. E il 24 novembre ha promulgato a La Paz la legge che indice nuove elezioni generali e approvata il giorno prima dal Parlamento boliviano. Non ha però ricevuto ancora riconoscimenti da altri Stati. Il viceministro italiano agli esteri, Manlio Di Stefano, ha fatto intendere che non c’è l’intenzione di riconoscere la sua presidenza.

Il cambio di rotta internazionale

La rottura delle relazioni internazionali con il Venezuela e l’espulsione dei medici cubani sono due segnali forti per dire a Washington che la Bolivia vuole fare una scelta di campo diversa da quella di Morales. Non più dunque la Santa Alleanza con gli Stati sudamericani di area socialista (Venezuela, Cuba, ecc.) ma di avvicinarsi di più agli alleati degli Stati Uniti. In un articolo pubblicato sulla rivista Foreign Affairs si indagava sul sistema di alleanze latinoamericane e del tentativo di formare un gruppo di Paesi anti-capitalisti sotto la guida di Caracas e L’Avana. La Bolivia di Morales era naturalmente inserita in questa orbita. Ora il quadro è destinato a cambiare. A meno che non cia un ritorno di Morales.

Il piccolo miracolo economico boliviano

La Bolivia in crisi politica istituzionale vive invece di buona salute economica. L’aspettativa di vita dei suoi abitanti è passata da 56 a 71 anni nel giro di un ventennio. La povertà è diminuita, passando dal 35% al 15%, mentre la disoccupazione è al 4%. Bene anche la crescita del Pil che è al 4,1%, la migliore dei Paesi sudamericani. In questo piccolo miracolo economico hanno giocato un ruolo fondamentale una politica fiscale espansiva fatta di sussidi e investimenti infrastrutturali nelle reti elettriche, idriche, stradali. Un forte investimento è anche avvenuto nel sistema sanitario con l’introduzione di maggiori garanzie assicurative sanitarie.

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