Cosa cerca la Turchia del presidente Erdogan

Il Paese guidato da Erdogan ha lanciato in questi anni una strategia politica e militare nell’area mediorientale. Cosa cerca la Turchia?

Nel 2015 il presidente Recep Tayyp Erdogan è entrato nel conflitto siriano. La presenza turca entra quasi subito in collisione con la Russia. A settembre l’aviazione turca colpisce e abbatte un jet da combattimento russo. Il Cremlino accusa l’esercito della Turchia, che rispedisce al mittente accusando a sua volta i russi di aver violato il suo spazio aereo sovrano. Si apre una crisi diplomatica tra Mosca e Ankara, con un batti e ribatti che porta i due Paesi vicini a interrompere le relazioni. Prevale però l’interesse reciproco e ben presto Vladimir Putin e Erdogan mettono da parte l’incidente del jet. Entrambi vogliono uscire dall’isolamento internazionale in cui li ha spinti la politica occidentale. La Russia è nel mirino delle sanzioni internazionali dopo l’invasione della Crimea nel 2014. La Turchia vede sbarrata la porta d’ingresso dell’Unione Europea. E nella Nato ci sta stretta.

Da quell’anno a oggi il peso specifico della Turchia, così come quello russo, nell’area mediorientale è cresciuto notevolmente. L’influenza turca in Siria è molto più forte di cinque anni fa. L’esercito è entrato nella Siria nord-orientale per prevenire la vicinanza di un nascente Stato curdo, sostiene i ribelli sunniti che combattono il presidente Bashir al-Assad, controlla da vicino l’evoluzione politica in Iraq. Inoltre, la Turchia ha esteso la sua influenza nel Mediterraneo, in Libia, stringendo un accordo con il governo internazionalmente riconosciuto di Feisal al-Serraj.

Cosa cerca la Turchia?

Ma cosa cerca la Turchia del presidente Erdogan in realtà? Esiste un progetto di “Grande Turchia”?

Per capirlo bisogna richiamare il senso della mission di diventare guida dei sunniti a cui aspira Erdogan. Il presidente turco richiama la sua azione al leader religioso e teologo egiziano Hasan Al Banna. Nel 1923 Mustafa Kemal Ataturk, padre della Turchia moderna, proclama la nascita dello Stato turco laico, avvia un processo di modernizzazione, abolisce il Califfato e proclama la libertà religiosa.

Al Banna l’egiziano la pensa diversamente. Fonda l’associazione dei “Fratelli Musulmani”, che vuole ripristinare nel mondo arabo la legge della Sharia e respingere ogni forma laica. E nel 1928 propone di reintrodurre il califfato, abolito da Ataturk.

Il presidente Erdogan dà segnali continui di sostenere i Fratelli Musulmani. Ovunque. Anzi il leader turco appare come il più determinato a appoggiare l’organizzazione radicata in tutto il mondo arabo. Una prova è il sostegno, senza se e senza ma, all’ex-presidente egiziano Mohammed Morsi, che si trova a governare l’Egitto tra il 2012 e il 2013 dopo il periodo confuso della primavera araba. Morsi è espressione della fratellanza musulmana. Lo sono anche Hamas nella striscia di Gaza e le milizie che appoggiano il governo di Tripoli del presidente al-Serraj, internazionalmente riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il disegno turco

In questa battaglia pro-Fratelli Musulmani, Erdogan ha l’appoggio quasi incondizionato del Qatar. L’emiro condivide con il presidente turco che l’unica espressione politica possibile che possa rappresentare l’Islam, e agire in tutti gli Stati, sia il movimento fondato da Al Banna.

Questo aspetto è ciò che preoccupa più di tutti i Paesi sunniti dell’area mediorientale, nordafricana e del Golfo. Dalle monarchie di Arabia Saudita e Emirati, dalla Giordania al Marocco fino all’Egitto di Abdel Fatah al-Sisi, il disegno della Turchia è quello di fare esplodere dall’interno gli Stati arabi, entusiasmando le popolazioni nel nome di un nuovo Califfato a guida turca volto a sottometterle come avveniva ai tempi dell’impero ottomano.

In questo modo si spiega l’alleanza strategica con il Qatar. La Turchia del presidente Erdogan prende infatti le difese dell’emiro di Doha quando lo scorso anno i sauditi e altri Paesi nel Golfo accusano il Qatar di sostenere il terrorismo.

La Grande Turchia

Quello che emerge è un disegno di creare la Grande Turchia. Erdogan lo ha in testa da tempo. E l’accordo stipulato lo scorso dicembre con il governo di Tripoli ne è una prova. Una Turchia presente su più versanti, quello mediorientale, quello nordafricano ma anche quello sul continente africano. La strategia di Ankara non perde tempo a cercare die stendere l’influenza turca ove possibile. A Mogadiscio, in Somalia, i turchi costruiscono una base militare. Siamo nella terra di al-Shaabab, il movimento integralista vicino a al-Qaida, l’organizzazione terroristica fondata da Osama bin Laden. Erdogan vuole il suo pezzo d’Africa, proprio come lo vogliono Cina e Russia che stanno aumentando la presenza nel continente mentre gli europei se ne vanno. Ankara è presente con investimenti nel Camerun, in Tanzania, in Etiopia e in Madagascar. In questi Paesi ha puntato allo sviluppo di infrastrutture. Ma dopo arriva anche l’influenza politica e la dipendenza politica e economica.

La Turchia dunque è alla ricerca di essere pilastro e potenza influencer nella regione Euroasiatica, intendendo con questo il vasto territorio che dagli antichi Stretti (Bosforo e Dardanelli) arriva al Mar Cinese Meridionale.

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