Come cambia la politica degli Stati Uniti verso la Cina.jpg

Blinken spiega il cambio di rotta della politica degli Stati Uniti verso la Cina. Le due superpotenze sono destinate alla guerra? Cambierà l’ordine internazionale?

In un’intervista alla Cbs, il segretario di Stato Usa Anthony Blinken ha spiegato la posizione degli Stati Uniti nei confronti della Cina.

Sono due le cose più importanti che ha detto il capo della diplomazia statunitense.

La prima è che Pechino ha una politica molto aggressiva fuori dai suoi confini ma Washington non si fa intimidire. La seconda è che l’America contrasterà i tentativi cinesi di cambiare e sfidare l’ordine mondiale.

Il segretario di Stato ha quindi annunciato l’abbandono della “politica di contenimento della Cina” per una difesa rigorosa delle regole alla base dell’ordine internazionale che la Cina invece contesta.


Cosa sappiamo del primo incontro Stati Uniti Cina dell’era Biden


In sostanza, se la Cina insiste con la sua aggressività a trasgredire il diritto internazionale, Washington interverrà. Come potrebbe avvenire la risposta americana, Blinken non lo ha spiegato. Anche se definisce “un serio errore” per chiunque pensare di cambiare lo status quo nel Pacifico occidentale. Ha comunque messo in chiaro che un conflitto è contro gli interessi di Stati Uniti e Cina.

Blinken segue la linea indicata dal presidente americano. Nel suo primo discorso al Congresso degli Stati Uniti, Joe Biden ha detto che la Cina è la sfida più importante per la politica estera Usa. Tanto da annunciare che il Dipartimento della Difesa manterrà la presenza militare nell’Indo-Pacifico.


Stati Uniti e Cina sono destinati alla guerra?

L’intervento di Biden al Congresso Usa e l’intervista rilasciata da Blinken riportano d’attualità il libro di Graham Allison “Destinati alla guerra- Possono America e Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?” (Fazi Editore-2018).

Il professore di Harvard ha analizzato nel suo studio i rischi di una guerra verso la quale le due superpotenze mondiali possono dirigersi.

La Cina, ricorda Allison, ha sempre contestato l’ordine mondiale e le sue regole. In tutti i negoziati internazionali, i delegati di Pechino non mancano mai di ricordare che quelle regole le hanno fatte altri senza i cinesi. E quindi rimettono in discussione tutto il sistema.

Alla base c’è una diversa filosofia di concepire le relazioni tra Stati. Per la Cina il sistema internazionale va organizzato gerarchicamente così come il sistema interno. Una società internazionale egalitaria è lontanissima dalla cultura cinese impregnata dai valori del confucianesimo. Da qui la messa in discussione dell’ordine internazionale.

Finora Washington ha tenuto una posizione di contenimento politico e economico. La guerra dei dazi lanciata da Donald Trump andava in questa direzione ma si è rivelata un boomerang.


Cina e ordine internazionale


Le autorità di Pechino, guidate dal presidente Xi Jinping, usano la stessa tattica in campo politico e economico. Espandono la propria influenza lasciando perdere le regole del diritto internazionale. Non è molto diverso dai tempi di Mao Tse Tung e dalla dottrina della “difesa attiva”.

Avviene per esempio con il grande progetto della Belt and Road Iniziative, la nuova Via della Seta, che consentirà a Pechino di avere una grande arteria tecnologica, di comunicazione e di trasporto, di risorse naturali, dall’est asiatico all’Europa. Grandi linee ad alta velocità collegheranno Rotterdam a Shangai in pochi giorni. E poi la politica aggressiva nel Mar Cinese Meridionale dove la Cina tenta di estendere la propria influenza a scapito dei Paesi costieri.


Passare al “concerto delle potenze”?

In un interessante articolo su Foreign Affairs, Richard Haas e Charles Kupchan propongono il modello del Concerto Europeo delle potenze.

I due studiosi suggeriscono, dopo una lunga analisi, che il sistema uscito dal Congresso di Vienna nel 1815 potrebbe essere quello più funzionale. Perché si basa su conferenze tra le potenze mondiali per risolvere le crisi nelle diverse zone del mondo.

Le scelte sarebbero prese senza i burocratismi dei meccanismi delle istituzioni internazionali. Non ci sarebbe l’ostacolo del veto. Così, una volta trovato l’accordo si supererebbero gli ostacoli dei veti incrociati dentro il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Quest’ultimo si ridurrebbe a un’istituzione per gestire le missioni di peace-keeping o prendere decisioni su questioni minori.


Alta tensione Usa Cina nel Mar Cinese Meridionale


Il multilateralismo avrebbe in questo modo la sua riforma, così come l’ordine internazionale. In particolare, quest’ultimo andrebbe incontro a mutamenti senza sconvolgimenti violenti.

La tesi dei due studiosi è che l’ordine internazionale così com’è oggi non può reggere. Troppi Paesi, non solo la Cina, non riconoscono più quell’assetto fondato sul liberalismo. Ne ho parlato in questo articolo.

L’urgenza è tanto più evidente davanti alle nuove prove di convergenza e avvicinamento tra Cina e Russia. Mosca e Pechino possono ristabilire una cooperazione in diversi campi. Soprattutto possono darsi una mano a vicenda per sovvertire lo status quo attuale.

Stati Uniti e Europa devono prepararsi a sfide imminenti. E sarebbe meglio che governino i cambiamenti con Cina e Russia anziché contro di loro. Nel primo caso costruiremmo un nuovo ordine più stabile e duraturo. Nel secondo potremmo essere sull’orlo di un burrone pericoloso.

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