L’indipendenza greca dall’impero ottomano e le relazioni internazionali

Indipendenza greca dall'impero ottomano e relazioni internazionali

L’indipendenza greca dall’impero ottomano nel XIX secolo è un momento importante per le relazioni internazionali. La questione della Grecia mette a rischio tutto il sistema internazionale progettato a Vienna nel 1815. Vediamo come e perché.

L’indipendenza greca dai turchi dell’impero ottomano è il primo successo di un movimento nazionale. Al tempo del Congresso di Vienna i greci sono sotto la sovranità del Sultano. Tuttavia, religione, memoria storica, lingua, cultura e interesse economico rafforzano la coscienza collettiva e fanno apparire la comunità greca come un “corpo estraneo” al resto dell’impero. Gli intellettuali considerano la propria cultura superiore a quella turca. I contadini soffrono la tassazione e il sistema fiscale ottomano, che ha introdotto un’imposta speciale per i cristiani e prevede che i due terzi del terreno coltivabile sia possesso dei turchi. Lo stesso discorso riguarda i mercanti, che lamentano il peso fiscale.

Questi sentimenti comuni e diffusi in Grecia alimentano un acceso nazionalismo e la formazione di focolai all’estero, come a Bucarest. Costantinopoli, Parigi, Vienna, Odessa e Trieste. Va aggiunto che la presenza britannica nel Mediterraneo contribuisce a diffondere idee liberali tra i tanti mercanti greci e ne rafforza lo spirito di indipendenza. Anni prima, durante il Congresso di Vienna, era nata a Odessa la più importante società segreta greca, l’Eteria. Lo scopo è ottenere l’indipendenza della Grecia o raggiungere almeno l’autonomia del territorio sotto la guida di un principe cristiano.

Il primo tentativo di insurrezione è del 1821. Il generale greco dell’esercito russo Ypsilanti, figlio di un governatore greco della Valacchia e divenuto capo dell’Eteria, costituisce un piccolo esercito di un centinaio di uomini in territorio russo. Da qui supera la frontiera con l’intento di proclamare l’indipendenza. Il “colpo di stato” fallisce ma apre una breccia nell’ordine viennese e manda un segnale forte. Tanto che il cancelliere austriaco Metternich dice che è “l’inizio di una immensa rivoluzione”.

Metternich vede lungo. Poco dopo, nel 1822 scoppia una nuova insurrezione greca contro i dominatori ottomani. Nel 1825 la presenza turca viene eliminata. E’ una vera e propria guerra di indipendenza.


Cosa fanno le grandi potenze europee

Cosa fanno le grandi potenze europee che devono preservare l’ordine e lo status quo uscito da Vienna?

Si trovano davanti a una questione di principio.

A Vienna hanno stabilito di opporsi a qualsiasi tentativo insurrezionale che possa rovesciare un sovrano. Ma i greci sono cristiani e insorgono contro un regime musulmano. La Santa Alleanza, firmata da Russia, Austria e Prussia nel 1815 prevede la difesa dei valori cristiani. Dunque che fare? Preservare lo status quo viennese o dare la precedenza ai valori cristiani? La questione sul tavolo può essere girata in questi termini: l’indipendenza greca indebolisce l’impero ottomano e potrebbe avviare il declino definitivo del sultanato. Conviene agli Stati europei, Gran Bretagna inclusa, che succeda questo? Che cosa può succedere all’ordine e equilibrio internazionale uscito dal Congresso di Vienna?

Ecco il ragionamento delle grandi potenze dell’epoca alla luce dei propri interessi nazionali e economici (gli Stati come sappiamo difficilmente si muovono sulla base di principi).

I russi sono sostenitori della causa greca. I motivi sono anche e soprattutto economici. I marinai e mercanti greci sono nel 1820 i principali agenti commerciali russi. Sono loro che acquistano e vendono prodotti russi per tutto il Mar Nero. L’insurrezione greca ha bloccato queste attività. E il commercio russo è in sofferenza. La Russia sarebbe anche la prima beneficiaria di un crollo dell’impero ottomano. Perché potrebbe mettere le mani sugli Stretti del Bosforo e Dardanelli e ottenere l’accesso al Mediterraneo. Lo zar ha ben presente la questione e agisce di conseguenza.

L’Austria non può accettare con favore il crollo dell’impero ottomano e, di conseguenza, l’indipendenza greca. La corte di Vienna è consapevole che la penisola balcanica finirebbe nelle mani dei russi.

La Gran Bretagna la pensa come l’Austria. Un’influenza russa nel Balcani significa permettere a Pietroburgo di arrivare al Mediterraneo e. da qui, esercitare un’influenza anche in Medio Oriente e arrivare a minacciare la sicurezza dell’India (che all’epoca includeva anche l’attuale Pakistan). Ma a Londra pensano anche di potere avere qualche vantaggio con una Grecia indipendente. Perché l’influenza britannica sui greci è molto forte e quindi ci sarebbe uno “Stato amico” nella penisola. Quindi a Vienna e a Londra non sono d’accordo su tutto riguardo alla questione greca.

La Francia non mostra molto interesse sulla questione. D’altronde a Vienna è stato creato un sistema contro la Francia stessa. Ma Parigi segue da vicino la situazione. Se l”impero ottomano crolla e le potenze si distribuiscono il bottino ci sarebbe indubbiamente una revisione dei trattati stipulati al congresso del 1815. E i francesi potrebbero guadagnarci qualcosa.

Il sultano ottomano  a sua volta è ben consapevole di queste posizioni. Così gioca una partita basata sulla contrapposizione tra Gran Bretagna, Austria e Russia per cercare di sopravvivere.


A cosa conduce questa intricata azione diplomatica?

La politica russa dello zar Alessandro I è quella della prudenza. Anche perché Austria e Gran Bretagna hanno firmato un accordo il 22 ottobre 1821 dove stabiliscono che si opporranno a un intervento russo. Lo zar prova a sondare il terreno con la Francia per vedere se c’è una volontà di Parigi a appoggiare l’avventura russa in Grecia. Il tentativo è respinto dai francesi che giudicano troppo azzardato e avventuroso il progetto dello zar.

Alessandro tenta anche di convincere Austria e Gran Bretagna con la proposta, nel 1824, di dividere la Grecia in tre principati autonomi sotto la guida di governatori greci ma con sovranità turca. La proposta viene respinta.

Intanto il Sultano ha chiesto aiuto al suo Stato vassallo dell’Egitto, che possiede un esercito forte e ben organizzato. Obiettivo: riconquistare la Morea. Il destino dei greci sembra segnato. Perché la Russia non dà segnali di volere intervenire dopo l’accordo del 22 ottobre. I capi dell’insurrezione si rivolgono allora agli inglesi. Il primo ministro Lord Canning sceglie di non sostenere gli insorti. Fa insomma una scelta di difesa dell’ordine internazionale restaurato a Vienna rispetto ai benefici economici.

La situazione cambia totalmente quando muore nel 1825 lo Zar Alessandro I e lo sostituisce Nicola I. Ambizioso e deciso, il nuovo zar tenta l’azione. Lo fa aggirando però la questione in questo modo. Invia un ultimatum all’impero ottomano (17 marzo 1826) mettendo al centro i due principati danubiani di Moldavia e Valacchia. Territori che non interessano alla Gran Bretagna e neppure all’Austria. La strategia diplomatica dello zar la “prende larga” per ottenere lo stesso risultato. Indebolire la Porta ottomana e arrivare al Mediterraneo.

Cosa fa la Gran Bretagna in questa nuova situazione? Lord Canning si adatta al contesto e decide di avviare negoziati con i russi per trovare un accordo sulla questione ottomana. Nei negoziati gli inglesi ottengono (protocollo del 4 aprile 1826) di fare da mediatori tra greci e turchi. Lo scopo è ottenere uno stato autonomo greco, comunque sotto sovranità ottomana, ma comunque governato da greci. Londra spera in questo modo di avere limitato l’ambizione russa.

Il Sultano dell’Impero Ottomano gioca la carta di dividere i suoi avversari. Firma con la Russia la convenzione di Akkerman (7 ottobre 1826) andando incontro alle esigenze russe sui principati danubiani. Rifiuta l’offerta di mediazione britannica sulla Grecia. La manovra del Sultano non porta gli effetti sperati. Perché a Londra Russia e Gran Bretagna sottoscrivono un trattato il 6 luglio 1827 con il quale decidono di imporre un blocco navale ai turchi e ai greci e giungere a un armistizio. In altre parole, decidono di bloccare le forze turco-egiziane. Gli eventi precipitano e inglesi e russi fanno capire che non scherzano. La battaglia di Navarino del 20 ottobre 1827 mostra la superiorità britannica sul mare. Le forze del leader egiziano Ibrahim Pascià vengono distrutte dalla flotta britannica.


L’indipendenza greca Tra guerra e diplomazia

Quindi da mediazione pacifica ci si ritrova a avere un intervento armato contro gli ottomani. I greci esultano perché vedono una via d’uscita e il loro successo. La Russia vuole andare a fondo per dare il colpo di grazia al Sultano.

Nella primavera del 1828 lo zar dichiara guerra all’impero ottomano. Ciò rischia di fare esplodere un conflitto anglo-russo. Gli inglesi vogliono fermarsi a Navarino e riconoscere a questo punto lo stato autonomo greco. I russi no perché vedono la prospettiva di estendere la loro influenza fino al Mediterraneo. La flotta inglese viene rafforzata per proteggere Costantinopoli. I russi frenano l’avanzata perché l’esercito è lento nelle sue operazioni e inoltre deve dividersi con un fronte di guerra persiano (gli inglesi non sono del tutto estranei a far scoppiare questi conflitto). Lo zar prende anche consapevolezza degli scarsi mezzi militari del suo esercito.

E’ in questo contesto che entra in gioco la politica francese. Il ministro degli esteri La Ferronnays, del governo di Martignac, fa una proposta alla Gran Bretagna: lasciare alla Russia la libertà d’azione nella regione danubiana e nei principati; sottrarre alla Russia la questione greca e portarla nelle mani di Gran Bretagna e Francia. Il piano di Parigi prevede l’invio di un contingente anglo-francese per fermare l’avanzata delle truppe egiziane e liberare la Morea. In termini di geopolitica, Parigi e Londra controbilanciavano con la Grecia il peso politico della Russia nei principati danubiani. Lo zar accetta il piano. Di fatto una resa perché la Russia mostra di non avere la forza di imporre la sua volontà.

Il protocollo del 22 marzo 1829 conferma l’accordo che a dicembre 1828 hanno raggiunto Russia, Gran Bretagna e Francia nella conferenza degli ambasciatori. L’intesa prevede la creazione di uno stato greco guidato da un sovrano ereditario. La Grecia pagherà un tributo al sultano ottomano. I confini settentrionali del nuovo Stato sono il Golfo di Arta e il Golfo di Volo. Intanto, Ibhraim Pascià abbandona la Morea prima dell’arrivo del corpo di spedizione.

La Francia ha giocato quindi un ruolo importante. A Parigi guardano alla questione greca come uno strumento per ottenere vantaggi in Europa e tornare protagonisti sullo scacchiere internazionale. La diplomazia del Quay d’Orsay ci prova con una proposta del Polignac, ministro degli esteri. Prevede la spartizione dell’impero ottomano, l’estensione della Grecia fino a Costantinopoli, un sovrano olandese sul trono di Atene, i principati danubiani alla Russia, la Serbia e la Bosnia all’Austria, alla Prussia il Regno di Sassonia ma la rinuncia all’occupazione della riva sinistra del Reno. Alla Gran Bretagna spetterebbero le colonie olandesi. Il piano di Polignac punta a una revisione dei trattati del 1815. Il progetto fallisce e non trova alcun supporto dalle cancellerie europee. Russia compresa.

I principi del protocollo del 22 marzo 1829 sono contenuti nel Trattato di Adrianopoli del 14 settembre 1829 che regola la questione della Grecia. Lo firmano la Gran Bretagna, la Russia, la Francia e l’impero ottomano. Poco dopo, nel febbraio 1830, viene riconosciuta l’indipendenza greca. La Russia ottiene con il trattato vantaggi importanti: smilitarizzazione della riva destra del Danubio, formazione di un governo nazionale nei principati di Valacchia e Moldavia sotto sovranità ottomana e garanzia (leggi sorveglianza) russa, cessione del porto di Poti sul Mar Nero, libertà di commercio russo nell’impero ottomano, libero passaggio attraverso gli Stretti del Bosforo e Dardanelli per le navi commerciali della Russia.

Londra è consapevole delle conseguenze positive che la Russia ha ottenuto dal trattato e del colpo di piccone che l’indipendenza greca ha dato allo status quo di Vienna.

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