Francis Fukuyama e l’ordine internazionale al tempo del Covid

Francis Fukuyama e l'ordine internazionale al tempo del Covid
Il politologo americano Francis Fukuyama. Ha insegnato alla John's Hopkins University e a Stanford.

Ordine internazionale e pandemia. Come sarà il sistema globale al tempo del Covid-19? Lo spiega il politologo Francis Fukuyama su Foreign Affairs.

Francis Fukuyama è tra i politologi più noti negli Stati Uniti e nel mondo. “La fine della storia”, siamo nel 1992, è l’opera che gli ha dato fama e autorevolezza a livello mondiale. Docente prima alla John’s Hopkins University di Washington e poi alla Stanford University in California, ha studiato a lungo l’evoluzione dell’ordine globale e gli equilibri tra le potenze. Tra i suoi punti di riferimento accademico c’è Samuel P. Huntington, l’autore dello “Scontro di Civiltà” (1993). In un articolo sull’autorevole magazine Foreign Affairs, Fukuyama riflette sull’ordine internazionale al tempo del Covid-19.

L’analisi del politologo americano parte dal presupposto che il centro del potere mondiale si sta spostando a est. La Cina aumenta il suo prestigio. Gli Stati Uniti lo stanno perdendo. Il Covid accelera questa tendenza.


Pandemia e ordine internazionale secondo Francis Fukuyama

Ci sono Stati che hanno reagito meglio di altri alla diffusione del Coronavirus. Il politologo americano osserva con interesse che ciò non è dipeso dal tipo di governo o da sistemi istituzionali diversi. Non è insomma un problema di democrazia o autocrazia.

I Paesi che hanno saputo organizzare meglio la risposta alla pandemia sono quelli con una macchina amministrativa efficiente, una fiducia sociale, una leadership. Sono doti statali che esprimono un apparato burocratico competente e preparato, un governo del quale i cittadini si fidano e che ascoltano, leader carismatici che hanno dato fiducia ai cittadini e limitato i danni subiti da altri.

Gli Stati con disfunzioni nell’apparato, società polarizzate con sfiducia tra governanti e governati, leadership deboli, hanno sofferto di più la crisi sanitaria. Questi Paesi hanno esposto e reso più vulnerabili i loro cittadini e le loro economie all’impatto del Covid.

La crisi da pandemia rallenterà comunque l’economia perché il virus non se ne andrà tanto presto. A ogni progresso e passo in avanti nella lotta al Coronavirus corrisponderà un crollo e un passo indietro con conseguenze economiche e politiche.

Fukuyama si sofferma in particolare su quelle politiche che ritiene più significative.

I cittadini, scrive lo studioso, sono disponibili a accettare per un po’ di tempo la retorica del sacrificio collettivo, del senso di responsabilità e dell’atto eroico di una nazione. Sotto questo aspetto la risposta della cittadinanza ha funzionato durante il lockdown. Tuttavia l’accettazione di queste situazioni restrittive non durano per molto e neanche per sempre.

Una pandemia protratta nel tempo che causa perdita continua di posti di lavoro, recessione prolungata, un peso del debito come mai prima, fa nascere inevitabilmente tensioni. Queste si trasformeranno a sua volta in contraccolpi politici. Anche se è difficile comprendere contro chi si svilupperanno tensioni politiche.

La gestione della crisi sanitaria ha accelerato, come già detto, lo spostamento del potere globale a est. Questo perché i Paesi asiatici hanno saputo gestire meglio la diffusione da Covid rispetto a Stati Uniti e Europa. E ciò avviene nonostante la Cina abbia dato inizio, con tutte le riserve del caso, alla diffusione del virus. I cinesi, ma anche la Corea del Sud per esempio, sono usciti abbastanza in fretta dall’emergenza e ora stanno cercando di fare correre veloce l’economia. Pur considerando che il virus non è sconfitto del tutto dal momento che ricompare in certe zone di Pechino.

Al contrario gli Stati Uniti, cuore del potere mondiale da 75 anni, hanno gestito male e in maniera pasticciata la crisi. Il prestigio di Washington quindi cala enormemente. Gli Usa hanno un apparato amministrativo e burocratico ben preparato e di alto livello. La sua società però è divisa, non nutre fiducia nel governo. La leadership è incompetente e non riesce a funzionare in maniera efficace. Tanto che divide la società anziché unirla.

Negli anni dunque il Covid potrebbe portare al declino degli Stati Uniti e a erodere l’ordine internazionale liberale che è quello che abbiamo conosciuto fin dalla fine della seconda guerra mondiale. Con la conseguenza di fare risorgere fascismi vecchi e nuovi. Oppure portare a una rinascita delle democrazie liberali. Forse possono svilupparsi entrambe queste tendenze in posti diversi.


Crescita dei fascismi

Una conseguenza della pandemia potrebbe essere di accelerare le minacce all’ordine internazionale liberale esistenti già da tempo. Isolazionismo, nazionalismo, xenofobia, sono dietro l’angolo e possono trovare in questo momento un terreno di coltura favorevole. Esempi ne sono l’Ungheria e le Filippine che hanno usato l’emergenza sanitaria per allontanarsi dalla democrazia. Anche Cina, Uganda e El Salvador hanno seguito questa scia. L’aumento delle forme di nazionalismo fa crescere i rischi di conflitto internazionale e di rovesciamento del sistema internazionale attuale. Uno o più Stati, come ha spiegato il politologo Robert Gilpin, possono dare l’assalto all’ordine internazionale se ritengono di averne benefici.

Teoria generale di politica internazionale: il modello Gilpin

Un Paese potrebbe essere indotto a prendersela con un nemico esterno come arma di distrazione politica interna. Di fronte a incapacità è più facile incolpare uno Stato straniero. Un esempio è l’accusa lanciata dagli americani contro i cinesi del virus creato in laboratorio. E la crisi di relazioni tra Washington e Pechino che ne è seguita.


Rinascita delle democrazie liberali

Dalla crisi però potrebbero anche rafforzasi le democrazie. La Grande Depressione americana del 1929 ha portato alla nascita di nazionalismo. isolazionismo e fascismo. Ma ha anche rinvigorito le democrazie liberali.

La pandemia potrebbe dare una scossa per scuotere sistemi politici sclerotizzati e avviare una profonda riforma strutturale dei sistemi istituzionali rafforzando le democrazie.

Il Covid può anche accelerare la crisi politica in sistemi statici. Come nella Russia di Vladimir Putin. Il presidente russo ha lanciato l’allarme all’inizio dicendo che la situazione andava presa sul serio. Poi ha detto che era tutto sotto controllo. Ora dovrà cambiare ancora parere dato che la diffusione del Coronavirus è in aumento. Ciò potrebbe accelerare la sua uscita di scena dal momento che già prima della pandemia Putin aveva un calo di consensi.

La crisi sanitaria ha mostrato debolezze e inadeguatezze dei governi. Capacità o meno di prendere misure e provvedimenti adeguati. La sensazione di essere “insieme ma soli” può sviluppare sentimenti di solidarietà sociale e portare a forme di protezione sociale più forti di quelle attuali. Portare a forme di governo che prevedano un forte intervento statale per frenare la diffusione del virus.

Non solo solidarietà sociale interna, ma anche cooperazione internazionale più forte tra gli Stati. Una fiducia maggiore nel lavoro multilaterale come strumento per risolvere problemi comuni e difendere interessi comuni.

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