La Macedonia fa 30…nell’era del 19

La Macedonia del Nord fa 30... al tempo del 19

di Emanuela Locci e Giuseppe MorabitoLa Macedonia del Nord è diventata ufficialmente il trentesimo membro della NATO.

Nello scarso o quasi nullo interesse dei media dovuto alla rilevanza assoluta del “Virus di Wuhan” e le sue tragiche conseguenze, la scorsa settimana la Macedonia del Nord è diventata ufficialmente il trentesimo membro della NATO dopo aver depositato il suo “strumento di adesione” presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il 17 marzo, il Senato spagnolo ha ratificato il protocollo della sua adesione, diventando il ventinovesimo e ultimo stato membro della NATO a farlo. Il Senato degli Stati Uniti aveva ratificato il protocollo di adesione il 22 ottobre 2019.

La stragrande maggioranza delle Nazioni che fanno parte dell’Alleanza ha sostenuto per molti anni l’importanza dell’adesione della Macedonia alla NATO e oggi la sua adesione è “molto gradita”. La presenza del piccolo stato dell’ex Jugoslavia con una popolazione pari alla metà di quella di Roma (la maggioranza di fede ortodossa con la significativa presenza di un terzo di mussulmani per lo più di etnia albanese e solo l’1% di cattolici), rafforza l’Alleanza, la stabilità regionale nei Balcani occidentali e invia un forte messaggio agli attori internazionali – come la Russia – che non hanno diritto di veto sulle decisioni degli stati membri della NATO ma hanno sempre cercato di contrastare questo “allargamento” dell’Alleanza.

Gli Stati Uniti, quale paese guida dell’Alleanza stessa, hanno da sempre aperto la strada all’inclusione della Macedonia del Nord nella NATO e alla politica delle porte aperte dell’Alleanza. Quella politica per i paesi “qualificati” ha contribuito notevolmente alla sicurezza transatlantica sin dal primo round di allargamento del 1952 e ha contribuito a garantire il posto centrale dell’Alleanza come principale garante della sicurezza in Europa.

La NATO è stata anche il motore cruciale della modernizzazione e delle riforme nei paesi candidati, ha promosso la stabilità e la pace in Europa e ha reso più facile per i paesi, via via membri, unirsi e strutturare la loro difesa collettiva. La NATO ha fatto più di qualsiasi altra organizzazione, compresa l’Unione Europea, per promuovere la democrazia, la stabilità e la sicurezza nella regione euro-atlantica. L’adesione della Macedonia del Nord alla NATO è una pietra miliare per l’Alleanza, e ciò avviene alla fine di una disputa decennale con la Grecia sul nome ufficiale del suo “vicino settentrionale” e il successo della candidatura è stato anche ottenuto con il supporto di Roma alle aspirazioni NATO di Skopje e del suo governo. Nel giugno 2018, le due nazioni hanno firmato l’accordo di Prespa, in cui la Repubblica di Macedonia ha accettato di cambiare il suo nome ufficiale in Repubblica di Macedonia del Nord. In cambio, la Grecia ha abbandonato la sua opposizione all’adesione del Paese alla NATO e ha accettato di ratificare “qualsiasi accordo di adesione della Seconda Parte alle Organizzazioni Internazionali, di cui la Prima Parte è membro”.

La Macedonia del Nord, sotto la guida Stevo Pendarovski quinto presidente della Repubblica e grande sostenitore dell’adesione, è ora la quarta nazione dei Balcani occidentali a far parte della NATO (Albania, Croazia e Montenegro l’hanno preceduta), una regione che conserva significative differenze etniche, religiose e culturali, insieme a vecchie rivendicazioni storiche, e che ha beneficiato notevolmente la stabilità che la NATO ha generato sin dai tempi bui seguite alla disgregazione della Jugoslavia di Tito.

L’adesione della NATO alla Macedonia del Nord lascia solo due paesi candidati in attesa degli eventi: la Bosnia Erzegovina e la Georgia.

Sempre alla fine di marzo, si è dato avvio ai negoziati d’adesione all’Unione Europea per l’Albania e la Macedonia del Nord. L’accordo unanime tra i ventisette membri UE è stato annunciato dopo una riunione in videoconferenza. I ministri con delega agli Affari europei hanno dato il loro benestare a Tirana e Skopje senza tuttavia fissare date per l’apertura delle trattative. Una decisione storica che arriva dopo tre rinvii in due anni e superando le perplessità di Francia e Olanda. L’accordo unanime tra i ministri UE è stato raggiunto grazie ai progressi compiuti da entrambe le nazioni nelle riforme chieste dall’UE, in particolare per quanto riguarda i diritti fondamentali, lo stato di diritto e la democrazia, la giustizia e le relazioni di vicinato. La decisione impone ancora alcune condizioni principalmente per l’Albania, chiamata a proseguire gli sforzi nella riforma giudiziaria e nella lotta alla corruzione, nonché a garantire il pluralismo dei media e un’azione più dura contro la migrazione irregolare.

Sarà compito della Commissione Europea presentare un programma per lo svolgimento delle trattative con i due Paesi, regolato dal nuovo processo d’allargamento proposto dallo stesso esecutivo UE il mese scorso per ridare slancio ai negoziati. Dopo il Montenegro nel 2012 e la Serbia nel 2014, diventano così, ancora una volta come quelli che fanno parte della NATO, quattro i Paesi dei Balcani occidentali impegnati nei colloqui con l’UE. L’avvio dei negoziati non garantisce l’ingresso nel blocco europeo: basti pensare alla Turchia, che ha aperto le trattative nel 2005 non è mai stata così giustamente lontana dall’adesione al blocco, soprattutto ora che la “dittatura” di Erdoğan l’hanno fatta uscire da ogni ragionevole ipotesi di accordo con i paesi democratici occidentali.

Uscita dal dramma del “Virus di Wuhan” l’Italia potrà contare sulla Repubblica di Macedonia del Nord, come alleato e amico con cui continuare a intrattenere ottimi rapporti di cooperazione, anche militare.

Giuseppe Morabito

Emanuela Locci

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