Crisi di frontiera Kenya Somalia

Nairobi chiude a tempo indeterminato il confine. E si apre la crisi di frontiera Kenya Somalia.

Le autorità del Kenya hanno autorizzato la chiusura “a tempo indeterminato” del confine con la Somalia, ufficialmente per motivi di sicurezza. La chiusura è stata autorizzata nella contea di Lamu, in uno dei quattro valichi di confine tra i due paesi. Secondo quanto riferito dal comandante della polizia della contea di Lamu, Muchangi Kioi, il confine rimarrà aperto solo agli agenti di sicurezza.

Il provvedimento vieta inoltre ai residenti che vivono nelle aree di confine di svolgere qualsiasi commercio transfrontaliero e chi contravverrà alla direttiva perderà il suo permesso di lavoro e sarà arrestati. Il provvedimento giunge una settimana dopo che le autorità di Nairtobi hanno messo al bando le attività di pesca al largo della costa al confine con la Somalia, sostenendo che il commercio illegale, compresi i beni contraffatti, e il traffico di esseri umani e droghe sia in aumento nella regione. Seppure giustificata da ragioni di sicurezza, la misura è stata adottato nel mezzo della disputa marittima che da anni vede contrapposti i governi di Nairobi e Mogadiscio, e che negli ultimi mei ha conosciuto un’escalation negativa sfociata in una crisi diplomatica.

È notizia della scorsa settimana, infattti, che il governo keniota ha stilato un elenco di 66 funzionari somali ai quali sarà vietato entrare nel paese. Benché i due paesi abbiano ristabilito ufficialmente le relazioni diplomatiche lo scorso mese di marzo, i rapporti restano tesi per le reciproche rivendicazioni sui giacimenti petroliferi offshore presenti nell’area marittima contesa.

A fine maggio le autorità del Kenya hanno negato l’ingresso nel paese a una delegazione somala composta dal viceministro per l’Acqua e l’Energia, Osman Libah, e dai senatori Ilyas Ali Hassan e Zamzam Dahir. L’episodio è avvenuto ad un giorno dall’approvazione, da parte del parlamento di Mogadiscio, della controversa legge che introduce un quadro legale per regolamentare il settore petrolifero, dando così il via libera al governo per la concessione delle licenze petrolifere entro la fine del 2019. L’approvazione della legge era stata al centro di aspre polemiche nei mesi scorsi dopo che, nel febbraio scorso, il ministro del Petrolio somalo Abdirashid Mohamed Ahmed aveva annunciato che il governo federale di Mogadiscio avrebbe assegnato le prime licenze di esplorazione petrolifera alle compagnie straniere entro la fine di quest’anno, pur in assenza di una legge di regolamentazione del settore petrolifero, e che gli accordi di condivisione della produzione entreranno in vigore a partire dal 1 gennaio 2020.

Le indagini sismiche condotte dalle compagnie britanniche Somal Oil&Gas e Spectrum Geo hanno rilevato che la Somalia dispone di ampie riserve di petrolio lungo le coste dell’Oceano Indiano, tra le città di Garad e Chisimaio, tuttavia diversi parlamentari dell’opposizione sostenevano che il governo abbia agito in maniera troppo affrettata, accusandolo di aver violato la Costituzione e chiedendo di approvare una legge di regolamentazione del settore petrolifero. A febbraio il governo del Kenya ha richiamato il suo ambasciatore in Somalia, Lucas Tumbo, dopo la decisione di Mogadiscio di mettere all’asta i blocchi di esplorazione di petrolio e gas nell’area marittima contesa fra i due paesi. “Questo insopprimibile affronto e appropriazione illegale delle risorse del Kenya non rimarrà senza risposta ed equivale a un atto di aggressione contro il popolo del Kenya e le sue risorse”, aveva dichiarato in una nota il ministero degli Esteri keniota, che si era detto pronto a difendere la sua integrità territoriale “ad ogni costo”. Le accuse erano state respinte dal governo federale somalo, che aveva assicurato di non voler prendere alcuna decisione unilaterale fino alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia (Cig) de L’Aja sulla disputa territoriale fra i due paesi.

La questione è parzialmente rientrata nel marzo scorso, quando il presidente keniota Uhuru Kenyatta e l’omologo somalo Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo” si sono incontrati ad Addis Abeba, alla presenza del premier etiope Abiy Ahmed, concordando di ripristinare le relazioni bilaterali e di adottare misure per risolvere alla radice la questione. Da anni Kenya e Somalia sono al centro di una disputa territoriale che riguarda l’area di confine tra i due paesi nelle acque dell’Oceano indiano. Nel 2014 la Somalia ha citato in giudizio il Kenya presso la Corte internazionale di giustizia (Cig) de L’Aja, chiedendo un’adeguata determinazione del confine marittimo tra i due paesi. L’area in questione riguarda uno specchio d’acqua di circa 100 mila chilometri quadrati, ricco di giacimenti petroliferi, con Mogadiscio che accusa Nairobi di aver assegnato contratti a società di prospezione straniere nonostante i giacimenti si trovino “interamente o prevalentemente nelle acque somale”. Il Kenya sostiene da parte sua che tutte le attività – comprendenti i pattugliamenti navali, la pesca, la ricerca marina e scientifica e l’esplorazione di petrolio e gas – rientrino nei confini marittimi stabiliti dal Kenya e riconosciuti da entrambe le parti fin dal 1979.

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