Cosa ci dicono i cittadini d’Europa con le elezioni europee

Notiziario Estero – L’analisi del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo e cosa ci dicono i cittadini d’Europa con le elezioni europee.

Cosa ci dicono i cittadini d’Europa con le elezioni europee del 26 maggio per il rinnovo del Parlamento Europeo? La nuova geografia elettorale emersa dalle elezioni fotografa in pochi scatti un’Europa diversa. Un’Unione divisa, poco interessata a una mission unitaria, forse un po’ stanca, disinnamorata degli altri partner. Non più una casa comune, ma un condominio litigioso dove la convivenza in alcuni casi non è neppure più di convenienza. Fa eccezione solo la questione ambientale, percepita come fondamentale da una buona fetta di europei e diventata un tema centrale nel dibattito comunitario. L’ambiente è forse la vera sorpresa si questo voto, inserendosi tra la questione migratoria e quella economica preponderanti nella discussione in Europa.

I 28 Paesi membri (considerando ancora il Regno Unito) vanno in quattro direzioni diverse.

C’è un’Europa orientale dove prevalgono le forze centrifughe, come in Polonia e Ungheria. Qui, i cosiddetti sovranisti ottengono percentuali elevate. Un voto che è espressione di paura e abbandono. Timore per il pericolo da est, paura del diverso che arriva da lontano. Ma anche protesta verso il centralismo di Bruxelles, un eurocentrismo autoreferenziale poco attento alle periferie d’Europa.

C’è un’Europa meridionale a sua volta divisa in due. Da una parte i Paesi in cui prevalgono le forze antieuropeiste (come in Italia e Francia). Dall’altra parte gli Stati in cui i cittadini scelgono ancora i partiti tradizionalmente europeisti, socialisti e i popolari, come in Spagna, Portogallo e Grecia.

Nel primo caso, si assiste a un’avanzata di gruppi come la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen. A ciò si aggiunge anche un leggero miglioramento dei Fratelli d’Italia, che però si collocano nell’emiciclo di Bruxelles in un gruppo diverso. In questi casi predomina la lotta all’immigrazione, il rifiuto della diversità. Queste fazioni politiche faranno un gruppo unico nel Parlamento Europeo, trovando una convergenza di intenti con i polacchi e gli ungheresi. Ma gli elementi della loro collaborazione si limitano a questo. Sul fronte economico, Polonia e Ungheria hanno istanze diverse da quelle di Italia e Francia. Così come sul versante della sicurezza. A Parigi e Roma, la Russia non è vista come un pericolo. Anzi, il leader leghista italiano ci fa pure un pensierino di alleanza. Non la pensano così nell’Europa orientale, dove si sentono con il fiato di Vladimir Putin sul collo.

Nel secondo caso, in Spagna, Portogallo e Grecia, si assiste a una contrapposizione politica d’altri tempi. Quella tra socialisti e popolari. La Spagna conferma il consenso di Sanchez. In Portogallo il primo posto se lo sono conteso due forze socialiste. In entrambi i casi i popolari seguono a ruota. Tra le altre forze ottengono buoni risultati ciudadanos, partito spagnolo di orientamento liberale. Non avanza più di tanto la destra populista di Vox, che si ferma intorno al 6%. Podemos fa di meglio con il 10%.

Infine, c’è un’Europa centro-settentrionale. Anche qui si osserva una tenuta dei partiti tradizionale d’Europa. La Cdu di Angela Merkel tiene in Germania, pur avendo un calo. L’estrema destra tedesca di Afd ottiene l’11%, confermando le aspettative senza sfondare come si temeva. Scenari simili anche in Olanda, Danimarca, Svezia e Belgio. In questi Paesi tengono bene le forze di governo e quelle di opposizione più istituzionalizzate.

Un messaggio forte dal voto europeo arriva sulla questione ambientale. I verdi vanno forte in Germania, Finlandia, Danimarca, ma anche in Francia e in alcuni Stati dell’est. Tra migranti e sicurezza si è introdotta con forza la questione della sostenibilità ambientale, del cambiamento climatico, dei rischi per il pianeta.

In conclusione, va fatta una considerazione che non ho sentito da nessun osservatore e analista. Il voto europeo esprime comunque a fatica un orientamento reale degli equilibri di forza dentro gli Stati. Il 55% di votanti ci dice che il vero vincitore è il partito dell’astensionismo. In Italia la situazione va presa ancora con maggior cautela, essendo uno dei Paesi con la minore affluenza in Europa. Se poi si guarda a come la questione migratoria abbia monopolizzato la discussione, è naturale ritenere che il voto europeo abbia riguardato soprattutto questo tema. Da qui a pensare che le elezioni europee possano stravolgere gli equilibri politici interni agli Stati, dove entrano in gioco molti altri fattori, è un altro discorso.

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