Capire la crisi in Libia. Cosa succede dopo l’offensiva del generale Haftar

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Notiziario Estero – Cosa succede nella crisi in Libia? Aggiornamento quotidiano. Serraj incontra prima Conte e poi Macron.

Cosa succede nella crisi in Libia? Gli eventi delle ultime settimane hanno riportato l’attenzione sul Paese nordafricano. Il generale Khalifa Haftar è il più potente signore della guerra e domina la città di Bengasi, in Cirenaica nella parte est del Paese. Il suo esercito controlla gran parte delle zone orientali e e ha occupato alcune aree nel sud libico.

Le milizie di Haftar hanno attaccato il 4 aprile la parte occidentale, dirigendosi verso la capitale Tripoli. Tutta la zona è sotto il controllo del governo di Feisal al-Serraj, riconosciuto dall’Onu e da molti governi occidentali, tra cui l’Italia.

Ultimo aggiornamento (12 maggio 2019): Il generale Haftar attacca con raid aerei la zona di Zawiya, 50 km a ovest di Tripoli, dove si trova la più importante raffineria libica. Nei raid sono morti tre civili. Inoltre, il generale ha dispiegato truppe in direzione di Sirte, a 450 km a est della capitale.

  • (8 magio 2019) Diplomazia in movimento sulla Libia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha rivolto alle parti in conflitto un appello per il cessate il fuoco. L’occasione è stata la visita del premier libico Serraj a Parigi. Il capo del governo di Tripoli ha intrapreso un tour di visite in Europa. E ha iniziato dall’Italia dove ha incontrato a Roma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il premier ha ribadito l’impegno a trovare una soluzione alla crisi in Libia e ha annunciato che cercherà un colloquio con il generale Haftar.
  • Il generale Khalifa Haftar ha ordinato ai suoi soldati di continuare la battaglia per la conquista di Tripoli. L’Onu ha fatto un appello per una tregua umanitaria di una settimana (6 maggio 2019)
  • Sono 9 i soldati dell’esercito nazionale libico di Haftar (Lna) rimasti uccisi durante l’attacco condotto da militanti dell’Isis ad una base di addestramento nel deserto sud-occidentale del Paese. Gli uomini del califfato si sono scontrati con i militari nei pressi della base aerea nella città di Sabha. L’Isis ha poi rivendicato l’attacco. Sabha è a 650 chilometri a sud di Tripoli (5 maggio 2019)
  • E’ salito a 42.600 il numero degli sfollati dall’inizio degli scontri armati a Tripoli e dintorni. Lo riporta il 1 maggio l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha) in un aggiornamento sulla situazione. Intanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha annunciato che è salito a “345 morti e 1.652 feriti” il bilancio degli scontri per l’attacco a Tripoli del generale Khalifa Haftar in corso dal 4 aprile scorso.
  • Il premier al-Serraj ha accusato la Francia di sostenere il generale Haftar nella crisi in Libia. Serraj si è detto sorpreso che Parigi sostenga un dittatore come Haftar e non il governo democratico e internazionalmente riconosciuto del premier libico. La dichiarazione è avvenuta nel corso di un’intervista rilasciata a Le Monde e a Liberation;
  • I morti accertati al 24 aprile 2019 nel conflitto libico sono 264 e 1266 i feriti. Lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

I fatti

Gli scontri tra i ribelli del generale Haftar e i gruppi filo-governativi hanno avuto luogo in tre sobborghi a sud di Tripoli, a pochi chilometri dal centro città. I militari dell’Onu che si trovano in Libia hanno ricevuto il segnale di stato di allerta.

Haftar guida il Lybian National Army (LNA), una formazione militare sostenuta inizialmente dall’Onu. Lo scorso 4 aprile, il più potente signore della guerra ha lanciato l’offensiva militare contro Tripoli. L’attacco è avvenuto mentre nella capitale libica era in corso la visita del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Una coincidenza che il britannico Economist ha definito dimostrazione di arroganza. Perché Guterres era in città per preparare la conferenza di pace in previsione tra un mese.

Le forze aree libiche, formalmente sotto il controllo di Serraj, hanno compiuto raid nella zona sud della città. Il LNA ha promesso rappresaglie. I combattimenti hanno coinvolto diverse zone della Libia e attorno a Tripoli. Soprattutto presso l’aeroporto internazionale.

Qualche segnale sulla tentazione di Haftar di schiacciare il pedale dell’offensiva militare c’era comunque stato. A febbraio, aveva fatto bombardare i pozzi petroliferi di El Feel.

Ma l’iniziativa militare dell’uomo forte di Bengasi perde slancio nonostante il vigore e gli attacchi contro i militari del governo ufficiale di Tripoli. L’esercito di Serraj ha più forza e  legittimazione internazionale. Gli aeroporti di Tripoli sono stati chiusi e il Presidente ha annunciato nei giorni scorsi una controffensiva militare contro l’esercito di Haftar. Detto fatto. Perché i militari governativi hanno lanciato attacchi lungo l’asse sud-ovest alle porte della capitale dove si combatte furiosamente.

Per poche ore nella notte del 13 aprile, gli uomini di Haftar sono riusciti a sfondare le linee dei governativi con colpi di artiglieria e lanci di missili. I miliziani di Bengasi hanno quindi conquistato due città: quella di Suani ben Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, e quella di Aziziya, una trentina di chilometri più a sud, lungo la direttrice che conduce a Zintan e Gharyan. Dopo ore di battaglia, lanci di razzi e vittime, soprattutto civili – almeno cinque gli uccisi, tra i quali una donna incinta – le milizie di Tripoli hanno lanciato il contrattacco e respinto i nemici a Suani ben Adem. Sono 120 i morti e oltre 500 i feriti. Tra i morti 28 sono bambini.

Intanto sono arrivate sul fronte dei combattimenti le temute milizie di Zintan, quelle che hanno cacciato Muhammar Gheddafi da Tripoli nel 2011 e ora pronte a combattere un’altra volta per difendere la capitale.

Al Sarraj, capo del governo libico internazionalmente riconosciuto, ha detto che c’è il rischio di un’ondata migratoria verso l’Italia di 800.000 persone in fuga dalla guerra. Le parole del leader libico assomigliano a un tentativo di spaventare Italia e Europa più che a qualcosa di realistico.  La prova è che ha anche aggiunto come sarebbero presenti jihadisti e criminali tra quell’esercito di civili in fuga.

Le forze governative portano a casa un successo con la resa di una intera compagnia di Haftar, che si è consegnata il 14 aprile alle truppe regolari governative nei pressi di Suani ban Adem, 25km a sudovest di Tripoli. Haftar ha lanciato un contrattacco il 16 aprile, scontrandosi con le forze governative nel fronte sud-est della capitale, nei pressi di Ain Zara e dell’aeroporto internazionale a 15 km da Tripoli.

La partita che ha giocato Haftar l’americano ha portato a un risultato: quello di fare rinviare la conferenza nazionale di Ghadames sulla Libia prevista per il fine settimana. Non è stata prevista una data precisa e il carattere fumoso del rinvio fa pensare che la volpe di Bengasi abbia ottenuto una sua piccola vittoria.

Intanto è tornato sulla scena libica l’Isis. Il califfato, o quel che rimane di esso in Libia, sfrutta tutte le occasioni per colpire e destabilizzare ancora di più un paese ormai allo stremo. I miliziani dello Stato Islamico hanno attaccato a Fuqaha, a sud di Sirte già roccaforte Isis in nord-Africa. Secondo le ricostruzioni fatte dalle agenzie internazionali, i jihadisti sono arrivati a bordo di 13 autoveicoli di notte nella città della Libia centrale. Hanno ucciso alcune persone (tra cui il Sindaco) e dato fuoco a alcune abitazioni.

Le reazioni internazionali

Il G7, il gruppo che include i 7 Paesi più industrializzati, e l’Onu hanno richiesto la cessazione immediata di tutte le operazioni militari.

La Russia ha chiesto alle parti, attraverso il ministro degli esteri Sergej Lavrov, di lavorare per trovare un’intesa.


La Nato è il problema della Libia- Lavrov


L’inviato Onu per la Libia, Ghassan Salame, aveva dichiarato che la conferenza programmata sulla Libia dal 14 al 16 aprile si terrà lo stesso nonostante l’escalation militare, a meno che non emergano ulteriori circostanze che ne impediscano lo svolgimento. L’Italia ha espresso il proprio sostegno al processo di transizione politica voluto dalle Nazioni Unite. La Conferenza è nel frattempo saltata, dando a Haftar un primo risultato. L’Onu è intervenuto duramente contro l’offensiva del generale, accusando Haftar di mettere in atto un vero e proprio golpe e non un atto di guerra contro il terrorismo.

La crisi in Libia ha creato uno scontro diplomatico sulla Francia. Sono molti a pensare che dietro Haftar ci sia Parigi, che gioca la partita energetica cercando di estendere la propria influenza e quella della Total contro l’italiana Eni che controlla la maggior parte delle riorse energetiche libiche.

Chi è Khalifa Haftar

Nato nel 1943, il generale Haftar è stato un ufficiale dell’esercito del colonnello Muhammar Gheddafi. Nel 1969 ha aiutato il leader libico a prendere il potere. Negli anni successivi è fuggito negli Stati Uniti a seguito di scontri e divergenze con Gheddafi. Haftar, cittadino Usa, è ritornato in Libia nel 2011, mettendosi a capo dei ribelli che combattevano contro il Colonnello. Prima dell’attacco a Tripoli ha visitato l’Arabia Saudita dove ha incontrato il re saudita Salman e il principe erede Mohammed bin Salman.

La partita di Haftar nella crisi in Libia

Scrive Arturo Varvelli sul sito dell’Ispi che magari alla fine Haftar ce la fa a conquistare tutto il Paese nordafricano. La questione è capire la natura dello scontro militare che rischia di piegare in due la Libia. Di certo non c’è un conflitto ideologico di fondo. I miliziani del generale libico non sono certo mossi da spinte ideologiche. Probabile che all’interno del LNA, la missione ideologica appartenga di più a alcuni gruppi salafiti che si ispirano a predicatori sauditi.

L’operazione militare lanciata da Haftar ha l’obiettivo di mettere in mostra il potere di deterrenza della volpe di Bengasi. Il Generale prova a avvicinare a sé, o almeno al campo della neutralità, il maggior numero possibile di miliziani sostenitori di Serraj. In altri termini, l’offensiva è una astuta iniziativa per guadagnare consensi e appoggio tra i libici che vivono nelle zone controllate dal governo.

E la tecnica del generale è sempre la stessa. Ci si siede ai tavoli, si va alle conferenze internazionali (come a Palermo), si stringono mani ma poi si mette la comunità internazionale davanti a fatti compiuti.


La conferenza sulla Libia di Palermo


Chi appoggia Haftar

Il leader di Bengasi ha il sostegno forte delle monarchie del Golfo, della Russia e dell’Egitto. Gli Emirati Arabi sono tra i più forti sostenitori. Probabile che anche l’Arabia Saudita appoggi il generale libico. La Russia fornisce il supporto militare, così come il Cairo quello politico. L’ingresso delle monarchie arabe nella crisi in Libia significa denaro, tanto, che circola nel nord Africa. Soprattutto significa la volontà araba di influenzare politicamente la sponda settentrionale africana. Qualcosa, insomma, sta cambiando negli equilibri delicati del Mediterraneo. E i miliziani libici hanno capito che è in corso un cambiamento. Così, Haftar tenta il colpo di mano. Approfittando anche della debolezza degli attori internazionali. L’Onu si limita per ora a fare dichiarazioni pro-Serraj, di fatto invece sta alla finestra. La comunità internazionale non sembra interessata a interventi. L’Unione Europea scade quasi nel ridicolo quando emette un comunicato in cui non cita mai il generale ma fa un appello a tutte le parti coinvolte a evitare escalation.

La debolezza di Haftar

L’uomo di Bengasi ha due grandi ostacoli che possono rovesciare la sua strategia.

Il primo è la debolezza delle sue forze armate. Il LNA non ha la forza di conquistare Tripoli. Il secondo ostacolo è che il generale punta a guadagnare consenso e legittimità internazionale e non a perdere l’una e l’altra. Cosa molto probabile nel caso di un bagno di sangue causato dall’attacco alla capitale. Infine, ci sono le brigate di Misurata, la città definita da alcuni la Sparta libica. Il suo esercito è ben addestrato e tra i più forti della Libia. Misurata sostiene il governo di Serraj. Sarà quindi difficile per i miliziani di Bengasi riuscire a espugnare Tripoli in queste condizioni. Soprattutto se si pensa che sono morti 14 miliziani solo nei combattimenti nei sobborghi della città.

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