La politica estera secondo Bernie Sanders

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Bernie Sanders ha annunciato di correre per la Casa Bianca nel 2020. Qual è la sua visione di politica estera?

Bernie Sanders è uno tosto. Non si dà per vinto. Infatti, dopo la sconfitta alla nomination democratica nel 2016 ha già annunciato che correrà di nuovo per arrivare alla Casa Bianca nel 2020. Rispetto agli altri candidati parte con un vantaggio: ha una visione ben precisa di politica estera. Anzi. Ha una sua vera e propria dottrina. Ne parla oggi in un articolo interessante il New York Times. Sanders ha legato il suo nome più all’economia che alle relazioni internazionali. Nella corsa alla nomination del 2016, poi vinta da Hillary Clinton, rare volte ha parlato di politica estera. Il core business della sua campagna elettorale è sempre consistito nella critica all’ineguaglianza causata dal capitalismo e nella richiesta di nuovi programmi sociali. Ora Bernie Sanders, un socialista americano d’altri tempi, rimonta in sella verso la Casa Bianca con un’arma in più: ha una visione ben precisa della politica estera Usa e del modo in cui modellare l’ordine internazionale. Come scrive il New York Times, Sanders prova a legare il suo focus su giustizia economica e politica a un progetto più ampio di cooperazione e solidarietà internazionale, di promozione dei valori democratici e di anti-autoritarismo.

La politica estera di Sanders è emersa in due momenti ben precisi. Il primo è un discorso che ha tenuto al Westminster College nel Missouri nel 2017, parlando dallo stesso palco in cui Winston Churchill fece il celebre discorso della Cortina di Ferro. Il secondo è un intervento dell’ottobre 2018 alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies. E’ in questi due discorsi che Sanders ha spiegato la sua visione delle relazioni internazionali. Per lui, la battaglia ideologica del 21° secolo non sta nella contrapposizione tra un’America liberale e democratica contro quella autoritaria e anti-liberale. Sanders fa invece un ragionamento di più ampio scenario internazionale. Contrappone le popolazioni liberali e democratiche nel mondo a quelle illiberali interne e all’estero. Ciò a cui aspira è la realizzazione di un movimento mondiale che rafforzi la democrazia, l’egalitarismo, la giustizia sociale, economica, razziale e ambientale. Movimento contrapposto a quello prevalente verso la cleptocrazia, l’oligarchia, l’autoritarismo.

Sanders dunque torna a una sorta di internazionale dei più deboli antagonista all’internazionale dei più ricchi. E questi movimenti non nascono dal nulla. Sono entrambi alimentati dalle enormi disparità di ricchezza e di opportunità causate dal capitalismo. In sostanza, prova a trovare un link tra i problemi economici interni e le relazioni tra gli Stati. E’, se vogliamo, una visione marxista adattata ai nostri tempi. Ecco cosa ha detto nel Missouri: “Questo pianeta non sarà sicuro e non avrà pace finché pochi hanno così tanto, e così tanti hanno poco, e finché avanziamo giorno dopo giorno verso una forma oligarchica di società nella quale un piccolo numero di interessi speciali di pochi possono esercitare un’influenza enorme sulla vita politica e economica del mondo”. Poi ha aggiunto che “ineguaglianza, corruzione, autoritarismo e oligarchia sono inseparabili”.

E il candidato democratico fa anche una lista dei colpevoli appartenenti a questo movimento illiberale e incline all’autoritarismo: il russo Vladimir Putin, l’ungherese Viktor Orban, il brasiliano Jair Bolsonaro, l’israeliano Benjamin Netanyahu, il saudita Mohammed bin Salman. Tutti questi danno vita al fronte comune dell’autoritarismo e anti-liberalismo, fronte che tenta di creare un ordine mondiale diverso. Non dimentica Sanders il Venezuela di Nicolas Maduro attaccando la sua repressione della democrazia e l’autoritarismo.

Cosa può dunque fare l’America, secondo Sanders, se queste sono le condizioni attuali delle relazioni internazionali? La politica estera americana deve orientarsi a resistere e stare in piedi davanti alle ondate di illiberalismo e oligarchie che attraversano il mondo. Gli Stati Uniti, ha spiegato nei suoi discorsi, devono creare un ordine globale in grado di frenare gli stati autoritari e portare una trasparenza democratica nel capitalismo globale. La politica Usa deve anche cooperare per contrastare il cambiamento climatico e le altre sfide globali, promuovendo partnership non solo tra governi ma anche tra i popoli.

Quella di Sanders è di sicuro una visione robusta. Si chiede però il New York Times come riuscirebbe a conciliare questi principi di “rivoluzione politica” con Paesi come la Cina, oppure con Stati democratici in declino nell’Europa orientale come la Polonia.

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