La politica mediorientale della Russia di Putin

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Come Putin ha conquistato
il Medio Oriente

La Russia di Vladimir Putin si è imposta sullo scacchiere mediorientale. Dopo anni di assenza, Mosca è tornata a far sentire la sua voce nella regione più tormentata dell’area euro-afro-asiatica.

La politica mediorientale della Russia di Putin si è consolidata anche grazie alla scelta strategica degli Stati Uniti, che hanno gettato la spugna e ridotto la presenza nella regione con i presidenti Barack Obama prima e Donald Trump dopo.

L’uomo forte del Cremlino ha mostrato doti di abile politico e volpe diplomatica, sapendo giocare sugli errori strategici degli altri attori regionali e sfruttando a proprio vantaggio i contrasti tra i diversi Paesi.

Ha saputo anche utilizzare a suo vantaggio la lotta all’Isis, inserendosi in meccanismi complessi e dinamiche contorte senza perdere di vista la bussola dei propri obiettivi e governando processi complessi.

La politica mediorientale della Russia di Putin passa attraverso la Libia, Siria, Egitto, Israele, Iran e Turchia. Vediamo come.

Libia

Nel Paese nordafricano la Russia è oggi più influente di quanto ci si aspetti. Lo ha mostrato bene la recente Conferenza Internazionale sulla Libia di Palermo. Dietro la partecipazione del generale libico Khalifa Haftar c’è Mosca. E’ stato infatti il pressing diplomatico del Cremlino che ha convinto il refrattario Haftar a andare in Sicilia. 

La Conferenza di Palermo sulla Libia

Il “leone di Bengasi”, questo il soprannome del generale libico, ha parlato con Putin prima di andare a Palermo. E sono molti gli osservatori internazionali a sostenere che i mercenari russi stiano supportando le milizie di Haftar.

All’inizio Putin sostenne in Libia gli Stati Uniti e i loro alleati. Lasciò che creassero una no-fly zone, zona di non sorvolo, a Bengasi per impedire che le forze del colonnello Gheddafi massacrassero la rivolta. Per sostenere l’istituzione di una no-fly zone, il presidente russo non mise il veto al Consiglio di Sicurezza Onu su questa scelta. 

All’epoca, i rapporti tra la Russia e il colonnello libico non erano dei migliori. Tuttavia, Putin si convinse del tradimento degli occidentali quando percepì che le operazioni militari di Usa e alleati si erano trasformate da difensive a offensive in Libia. Con il solo obiettivo di mirare a rovesciare Gheddafi. E per fare questo vennero messi in atto bombardamenti massicci contro il regime di Tripoli. Probabile che Putin cominciò allora, siamo nel 2011, a sospettare della credibilità dell’Occidente. Tanto che si convinse, qualche anno dopo, che la Siria non avrebbe dovuto fare la fine della Libia.

Siria

Nel 2015 la Russia entra nel conflitto siriano. La decisione è presa al Cremlino per dare una mano al presidente Bachar al-Assad, in crisi a Damasco perché sotto pressione delle milizie ribelli appoggiate dalla Turchia, di quelle sostenute dagli Stati Uniti e la loro coalizione, dai gruppi della jihad islamica come al-Qaida, il Fronte al-Nusra e naturalmente Isis.

Per la prima volta dai tempi dell’Afghanistan, e sappiamo come finì quell’avventura, la Russia porta i suoi militari in un conflitto dentro un Paese straniero.

I caccia russi e i militari (sul terreno ce ne sono solo quattromila) ottengono un successo dopo l’altro. La diplomazia di Mosca gioca d’astuzia. Ufficialmente i russi sono in Siria, coadiuvati da miliziani sciiti di Hezbollah e iraniani, per combattere il terrorismo islamista dello Stato Islamico. In realtà, sganciano bombe e sberle alle forze moderate sostenute da Turchia e Usa, milizie che spaventano Assad più dei terroristi.

E infatti, la Russia si occupa dell’Isis in un secondo tempo, una lotta di facciata più che di credo politico. La Russia però ha vinto in Siria e ha acquistato credibilità e fiducia in quasi tutto il Medio Oriente. Si è conquistata il rispetto sul campo e vende le sue armi a Paesi e miliziani

Egitto

Con la fine della Primavera Araba e l’arrivo al potere del presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi, le relazioni tra Russia e Egitto sono migliorate di molto rispetto a quelle precedenti. Più simili al periodo del Nasser presidente egiziano che con Sadat o Mubarak.

Relazioni buone tanto da far pensare a Putin di installare basi militari a Alessandria e nel Sinai. 

La politica mediorientale della Russia di Putin passa soprattutto dai buoni rapporti con i governi autoritari del Medio Oriente. Per l’autocrazia russa è importante sostenere chi combatte gli estremismi islamici. Perché a Mosca sono ben consapevoli di avere un problema in casa. Nelle province russe del Caucaso e Cecenia, c’è una maggioranza musulmana e il Cremlino vuole evitare che i jihadisti arabi entrino in contatto con i musulmani russi. molti di questi, abbagliati dal richiamo dell’Isis, sono andati a combattere in Siria e Iraq. Soprattutto uzbeki e ceceni. Ora, dopo la caduta del Califfato, Putin vuole impedire che i foreign fighters russi tornino a casa. Per questo, preferisce la tenuta di un regime autoritario che assicuri forza e durezza contro l’estremismo.

Israele, Turchia e Iran

Il presidente Putin punta tutto sul giocare nelle relazioni tra i Paesi nemici tra di loro. Con abilità è riuscito a inserirsi tra i contrasti mediorientali traendo vantaggio per gli interessi russi.

Putin in Medio Oriente

Le relazioni con Israele sono buone e stabili. In parte è dovuto alla presenza dei milioni di ebrei russi che dagli anni ’90 hanno cominciato a emigrare in Israele per tornare nella terra dei padri. Questa moltitudine di russi mantiene un legame stretto con la madre Russia. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ci tiene a mantenere le buone relazioni con Putin. Soprattutto, a Netanyahu occorre il soccorso internazionale russo sull’Iran e le milizie sciite di Hezbollah. E chiede a Putin di intervenire su Teheran affinché riduca la fornitura di armi ai miliziani libanesi.

Ma Putin si è anche sempre detto contrario all’atomica iraniana. Allo stesso tempo ha criticato aspramente la scelta del presidente Trump di uscire dal trattato sul nucleare con l’Iran.

Infine, la Turchia. Putin ha saputo gestire la crisi con la potenza regionale più importante. I rapporti con Ankara sono buoni nonostante gli alti e bassi dei tempi recenti. La Russia ha saputo riprendere le relazioni dopo la crisi del 2015 seguita all’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione turca sui cieli di Mesopotamia

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