Perché le midterm bocciano il metodo Trump

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Ai democratici va la Camera, il Senato ai repubblicani. Ma per il presidente Usa è un successo storico. Perché le midterm bocciano il metodo Trump?

Le elezioni Usa di metà mandato, appuntamento storico e atteso negli Stati Uniti e nel mondo, sono il giro di boa di ciascun presidente americano. E’ il momento in cui si vede se il capo dello stato ha ancora fiato per raggiungere la riva.

Come ogni appuntamento elettorale nel mondo, anche in America ognuno tira l’acqua al proprio mulino e nelle dichiarazioni del giorno dopo tutti hanno vinto o hanno perso. Qualunque sia il giudizio sull’esito elettorale, è certo però che queste midterm bocciano il metodo Trump. Ciò non significa che i repubblicani abbiano perso spianando la strada ai democratici. Piuttosto vanno lette come la bocciatura di un metodo di governo e una condotta politica, un segnale che bisogna cambiare la rotta senza necessariamente cacciare il timoniere.

Il Partito Democratico Usa non deve farsi illusioni: Donald Trump è ancora molto forte e ha un consenso alto. Se così non fosse, i repubblicani sarebbero crollati anche al Senato. Invece nel Senato il Partito Repubblicano ha sfondato la quota di 51 seggi necessaria per la maggioranza, conquistando 53 seggi contro i 45 dei democratici. E mancano ancora i quattro seggi di Florida, Arizona e Montana. Alla Camera su 415 seggi a disposizione i democratici ne hanno già guadagnati 222, strappandone 29 ai repubblicani e superando di quattro punti la soglia di 218 deputati necessaria per la maggioranza. I repubblicani sono fermi a quota 199.

Quelle che erano state definite un referendum su Trump mostrano quindi un esito negativo per il presidente Usa. Certo è fisiologico che nel corso di un mandato un presidente degli Stati Uniti perda la maggioranza al Congresso. E’ successo più volte. Ma questa sconfitta conferma che le midterm bocciano il metodo Trump.

C’è infatti una maggioranza di americani che non si riconosce nel presidente Usa e nei suoi messaggi. Nel mirino ci sono più i suoi messaggi che il presidente. Questo non vuole dire che questo voto finisca ai democratici. Anzi, potrebbe essere il contrario. Nel senso che, come ha affermato lo storico Mario Del Pero, ciò può servire ai repubblicani come incentivo a costruire un’alternativa dentro il partito a Donald Trump. Molti elettori repubblicani continuano a trovare in Trump una figura capace di proiettare un messaggio semplice e chiaro, adatto al quadro demografico dell’America trumpiana, maggioranza bianca, maschile e non urbana. Però gli esponenti repubblicani devono anche guardare al futuro e a un’America che si evolve e in cui le minoranze avranno sempre più voce in capitolo.

Ci sono poi le politiche protezioniste. La politica dei dazi e delle imposte doganali volte a sfavorire l’importazione negli Stati Uniti di merci più competitive e meno costose (e, nelle intenzioni di Trump, stimolare la produzione nazionale), potrebbero nell’arco di alcuni mesi causare un aumento dei costi di produzione che non tutte le imprese statunitensi potranno permettersi senza dover alzare il prezzo finale per i consumatori. Se fino a oggi le analisi delle ricadute dirette che queste politiche potrebbero avere sui cittadini e sull’intera economia statunitense nel medio periodo sono spesso messe in secondo piano dall’efficacia retorica dello slogan “America first”, è probabile che l’incertezza crescente circa i cambiamenti concreti che le mosse di Trump produrranno nei prossimi anni abbia influenzato il risultato elettorale del 6 novembre.

In politica estera il presidente Usa ha agito in maniera discordante e altalenante. Sulla Corea del Nord dopo lo storico incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un, la diplomazia americana si è impastata incapace di svincolarsi dalle difficoltà intrinseche di un percorso negoziale complesso. Il dialogo con la Russia continua a rimanere complicato, c’è il risiko mediorientale con le conseguenze del riconoscimento di Gerusalemme capitale e poi della relazione con l’Arabia Saudita per il caso Kashoggi. E va aggiunta la delicata questione iraniana, dove Trump potrebbe anche valutare di riaprire il dialogo con Teheran come mostra la decisione di esentare otto Paesi tra cui l’Italia che importano petrolio dalla Repubblica Islamica. Infine, la partita globale con la Cina, commerciale e strategica, e quella con l’Alleanza Atlantica, co i suoi equilibri interni, sbilanciamenti, nuove partnership e ricerca di un’identità in un mondo mutato. La condotta di Trump in questi due anni ha fatto bocciare il suo metodo che è apparso come privo di una strategia.

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