Cosa sappiamo dell'attacco dell'Isis in Iran

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Indipendenza del Khuzestan, petrolio, rivalità regionali. Perché lo Stato Islamico ha colpito in Iran.

Il 22 settembre quattro uomini armati hanno fatto fuoco contro una parata militare nella città iraniana di Ahvaz, capitale della provincia del Khuzestan dove si concentra la minoranza araba che vive in Iran. Bilancio: 25 morti, tra i quali una dozzina di esponenti della Guardia Rivoluzionaria, donne e bambini; almeno 60 i feriti. Rivendicazione: un gruppo separatista locale che si richiama all’Isis. Il portale del site, il sito Usa di monitoraggio delle attività delle forze integraliste islamiche, ha confermato la rivendicazione. Le forze di sicurezza hanno ucciso tutti e quattro i terroristi.
L’agenzia stampa iraniana Irna ha scritto che l’obiettivo dei terroristi era quello di colpire duramente la parata militare organizzata in ricordo dell’inizio della guerra con l’Irak del 1980 (c.d. guerra dei sette anni). Le celebrazioni militari erano organizzate in tutte le città iraniane, inclusa la capitale Teheran.
L’Ayatollah Ali Khamenei, la massima autorità religiosa del Paese, ha accusato senza mezzi termini i Paesi del Golfo “che sono marionette degli Stati Uniti”. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha promesso “una risposta terribile” per i responsabili. L’aggressione terrorista arriva proprio nel mezzo di una tensione internazionale con l’Iran a seguito della politica di Donald Trump di rimettere in discussione il trattato nucleare firmato con l’Iran nel 2015.
Cosa c’è dietro l’attentato di Ahvaz?
Il gruppo separatista locale Resistenza Nazionale, vicino allo Stato Islamico, e l’isis hanno rivendicato l’attacco. Resistenza nazionale aspira a ottenere l’indipendenza del Khuzestan, ricco di petrolio. Talmente ricco del greggio che la provincia fu teatro degli scontri più violenti durante la guerra tra Iran e Irak. La spinta separatista arriva anche dalla maggioranza araba che vive a Ahvaz e nella sua provincia. Arabi sunniti, che sono però minoranza nel resto dell’Iran.
A Ahvaz la puzza dell’Arabia Saudita si sente forte. E l’attentato sembra sempre più inserito nelle dinamiche e rivalità regionali che destabilizzano l’area del Golfo. A Riad e nelle altre monarchie arabe si schiaccia il pedale per accelerare l’isolamento iraniano. A Teheran ne hanno la certezza. Un portavoce dell’esercito, riporta l’agenzia Irna, dice apertamente che i terroristi sono stati organizzati da Stati Uniti e Mossad israeliano.
Intanto a Teheran le autorità hanno convocato d’urgenza gli ambasciatori di Regno Unito, Olanda e Danimarca. Ai diplomatici europei hanno denunciato la presenza nei loro Paesi di formazioni di opposizione alla Repubblica Islamica dell’Iran che non sono considerate terroristiche dall’Unione Europea solo per il fatto che non hanno mai organizzato attentati sul territorio europeo.
Vali Nasr è politologo americano di origine iraniana, ex-consulente del Dipartimento di Stato Usa e professore della prestigiosa School of Advanced International Studies di Washington. Secondo Nasr l’attentato di Ahvaz è quel tipo di provocazione che potrebbe scatenare un conflitto regionale o addirittura uno tra Iran e Stati Uniti.
E infatti il presidente Rohani ha già annunciato che Teheran  on abbandonerà il suo programma missilistico. E la tensione con Riad è alle stelle. Nel 2017 un attacco dell’Isis a Teheran, il primo dello Stato Islamico, causò 18 morti. Le autorità iraniane puntarono subito il dito contro i sauditi.

Il 7 giugno 2017 gli attentati di 4 kamikaze al Parlamento iraniano a Teheran e al mausoleo di Khomeini hanno provocato 18 morti e circa 30 feriti. Era la prima volta che lo Stato Islamico colpiva l’Iran.

Perché il Califfato decise di attaccare l’Iran proprio in quel momento? La dinamica dell’attentato e la sua organizzazione fecero subito pensare che quella volta la rivendicazione dell’Isis fosse realistica e che dietro i morti di Teheran ci fosse davvero la mano dello Stato Islamico.

Ecco l’attacco dell’Isis a Teheran spiegato in cinque punti (in considerazione delle circostanze politiche di allora):

  1. L’Iran sostiene e arma le milizie sciite che combattono in Siria e in Iraq. Nella battaglia di Mosul le forze filo-iraniane hanno un ruolo importante nella guerra allo Stato Islamico. Probabile che le centrali di potere dell’Isis ancora rimaste abbiamo deciso di colpire il cuore di Teheran.
  2. L’attentato in Iran si inserisce nel momento giusto all’interno della crisi politica nel Golfo. La posizione durissima presa da Paesi sunniti contro il Qatar è stata giustificata, gra le altre cose, con il fatto che l’emiro del Qatar finanzia probabilmente le milizie iraniane. L’azione dei jihadisti punta a alimentare la tensione già alta nella regione tra Paesi sunniti e la teocrazia iraniana.
  3. I kamikaze del Califfato colpendo Teheran gettano ombra di sospetti sullo stesso Qatar. Dopo lo scontro politico-diplomatico tra sunniti e sciiti nella regione del Golfo, un attentato sferrato nel posto giusto getta ulteriori sospetti sull’emiro del Qatar accusato proprio ieri dalle monarchie arabe di finanziare il terrorismo.
  4. Anche Donald Trump subisce un contraccolpo negativo da quest’azione terroristica. Dopo il viaggio in Arabia Saudita del presidente Usa, sono in molti a pensare che la visita di Trump abbia destabilizzato l’intera regione. All’indomani della presa di posizione contro il Qatar molti leader arabi e iraniani hanno accusato che ciò è avvenuto solo una settimana dopo il viaggio del presidente degli Stati Uniti.
  5. L’Isis tenta di trascinare per i capelli l’Iran dentro un conflitto medio-orientale. E inoltre creare una tensione altissima che porti ala rottura dell’accordo sul nucleare raggiunto da Obama nel 2015. Per il Califfato un ritorno all’isolamento di Teheran potrebbe essere un’ancora di salvezza. Perché la tensione tornerebbe alle stelle e destabilizzerebbe ulteriormente l’area. Proprio ciò che lo Stato Islamico vuole e di cui ha bisogno per la sua sopravvivenza.

Ovidio Diamanti

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