Siria: Russia e Turchia annunciano nessuna offensiva a Idlib

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Sarà creata una zona demilitarizzata pattugliata da forze russe e turche.


L’offensiva militare su Idlib, roccaforte dei ribelli che combattono il presidente Bachar al-Assad, non ci sarà. Le forze armate siriane fedeli a Damasco e degli alleati russi e filo-iraniani non lanceranno la prevista operazione militare contro i miliziani anti-Assad che controllano la zona di Idlib, Siria nord-occidentale.
L’annuncio arriva dal Ministro della Difesa russo, Serghiei Shoigu, al termine del vertice a Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyp Erdogan.
L’intesa raggiunta nel summit Russia-Turchia è di creare a Idlib una zona demilitarizzata, profonda 15-20 km e pattugliata dalle forze armate turche e dalla polizia militare russa.
La zona demilitarizzata sarà creata entro il 15 ottobre, mentre i gruppi terroristi islamici presenti nella regione (come il Fronte al-Nusra) dovranno ritirare uomini e mezzi entro il 10 ottobre. Putin ha poi spiegato che il governo siriano sostiene questo approccio anche se saranno necessari negoziati addizionali. Il presidente Erdogan ha commentato che con l’accordo russo-turco è stata evitata una crisi umanitaria catastrofica.
E anche una escalation del conflitto in Siria con possibili scontri tra le potenze.
La scorsa settimana i marine americani avevano cominciato grandi esercitazioni militari con i ribelli siriani nel sud del Paese.
L’agenzia Reuters il 13 settembre riportava sul suo sito web che erano in corso grandi esercitazioni militari delle forze speciali Usa nel sud della Siria. Nelle manovre militari erano coinvolti anche i miliziani delle forze ribelli al presidente siriano Assad.
La scelta del Pentagono e del Dipartimento di Stato americano era un chiaro messaggio a Russia e Iran: Stati Uniti e gruppi ribelli siriani intendevano resistere a ogni minaccia. Un bel grattacapo per il Cremlino e Teheran. Da una parte avevano promesso il supporto all’alleato di Damasco per liberare i territori della regione di Idlib ancora sotto controllo delle forze ribelli; dall’altra rischiavano però di scatenare un allargamento del conflitto in Siria e una escalation militare tra le potenze.
Nelle settimane precedenti l’aviazione di Damasco e quella russa avevano lanciato raid aerei nella zona occidentale della Siria, al confine delle regioni di Idlib e Hama controllate dai ribelli anti-Assad e sotto l’influenza della Turchia. Ankara aveva mandato i militari al fronte.
La direzione era sempre più verso una grande offensiva siriana su Idlib. I giochi sembravano fatti e il triangolo diplomatico Russia, Iran, Siria era deciso a intraprendere la strada dell’attacco militare per spazzare via l’ultima roccaforte siriana dei ribelli che da anni combattono il presidente Assad, il leone di Damasco. Tra le forze ribelli anche alcune fazioni vicine a al-Qaida.
Intanto, i raid aerei delle aviazioni di Damasco e Mosca mettevano in mostra cosa sarebbe successo con un’offensiva più vasta. Fonti locali citate dalle agenzie internazionali raccontavano di decine di feriti tra i civili. L’Onu riteneva che ci fossero già 30.000 sfollati civili, solo con i primi raid di bombardamenti aerei.
La questione si faceva complessa: dietro i ribelli anti-Assad c’è la Turchia che ha un peso politico rilevante e esercita influenza nelle regioni controllate dai ribelli.
Ankara aveva inviato i suoi militari lungo la linea della frontiera turco-siriana, nella parte confinante con i territori sotto controllo degli anti-governativi. La strategia turca era quella di usare il proprio esercito come elemento di deterrenza alla minaccia di un’offensiva di terra lanciata da russi, iraniani e lealisti filo-governativi siriani.
Su Idlib la Turchia è stata in fortissima difficoltà. Gli abitanti sono scesi in piazza fin dal mese di agosto con manifestazioni spontanee, chiedendo l’aiuto turco davanti alla prospettiva di un’offensiva di Damasco appoggiata da russi e iraniani. In particolare, i residenti della regione hanno ricordato nelle piazza con cartelli le atrocità commesse in passato dal regime di Assad e dai suoi alleati iraniani e Hezzbollah. La Turchia è lo Stato che più di tutti li ha sostenuti dall’inizio della guerra civile siriana.
E così Recep Tayyp Erdogan, il presidente turco, doveva decidere tra l’appoggio che ha sempre dato ai ribelli moderati siriani e gli alleati di Iran e Russia, nuovi punti di riferimento della sua ostpolitik. Difficilmente Erdogan avrebbe potuto abbandonare al loro destino i ribelli perché in gioco c’era il consenso interno. Infatti, il leader turco ha ripetuto in diversi incontri pubblici che non avrebbe permesso che Idlib avesse la stessa sorte di Aleppo con la sua catastrofe umanitaria l’anno scorso.
Erdogan procò a trovare una soluzione. L’occasione gli venne offerta dal vertice di Teheran dello scorso 7 settembre con Russia e Iran. Il summit però non andò oltre a dichiarazioni di circostanza: “Salvaguardare l’integrità territoriale e l’unità della Siria”; “Non può esserci una soluzione militare ma solo un percorso politico negoziato”. L’incontro atteso da Erdogan si era fermato qui. Subito dopo, Mosca, Teheran e Damasco stavano decidendo l’offensiva che doveva spazzare via i ribelli e i terroristi presenti nell’area di Idlib.
Alla fine di agosto, l’esercito del presidente al-Assad stava preparando un grande attacco militare contro l’ultima roccaforte dei ribelli. L’Onu aveva espresso preoccupazione per la catastrofe umanitaria che ne sarebbe conseguita. La Russia intanto lanciava esercitazioni militari navali vicino alla Siria.
“Sarà la madre di tutte le battaglie in Siria. E i civili sfollati saranno a migliaia”. Così l’Onu esprimeva la propria preoccupazione dopo le voci sempre più insistenti sulla preparazione di una potente offensiva militare lanciata dal presidente Assad contro Idlib.
Che il boss di Damasco stesse preparando un attacco militare in grande stile lo confermava alla Reuters anche una fonte anonima vicina agli ambienti governativi siriani. Assad voleva dare il colpo di grazia, da vincitore, ai ribelli che lo hanno sfidato in questi anni di guerra civile e riconquistare una fetta del territorio perduto. I ribelli sono stati sostenuti dalla Turchia e dagli Stati Uniti.
Come giustificava Assad un’offensiva militare di grandi dimensioni che metteva a rischio anche migliaia di civili? La risposta è scontata: l’attacco siriano aveva l’obiettivo di colpire i terroristi vicini  al-Qaida operativi nel territorio di Idlib controllato dai ribelli.
C’era anche una seconda spiegazione diffusa dal regime: le forze che controllano il territorio di Idlib avrebbero usato armi chimiche contro i civili per poi accusare il governo di Damasco di aver utilizzato gas chimici chiedendo l’intervento degli Stati Uniti. Quindi, nella strategia di Assad, un’offensiva militare massiccia aveva il compito di prevenire la guerra chimica da parte dei ribelli.
Sulla questione era intervenuto l’inviato Onu per la Siria, il diplomatico svedese Staffan de Mistura. Dopo aver espresso la preoccupazione delle Nazioni Unite per le conseguenze di un attacco militare siriano a Idlib, de Mistura ha fatto un appello a Damasco e alle forze ribelli a creare corridoi umanitari per permettere ai civili la fuga dalle aree di guerra.
La posizione della Russia sulla scelta dell’offensiva militare di Assad non si era fatta attendere. Il Cremlino aveva dato il suo consenso alla decisione di Assad. E durante l’attacco siriano, la marina russa avrebbe organizzato esercitazioni navali nel Mediterraneo in prossimità della Siria. Quasi a dire: guai a chi si intromette.
 

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