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La Turchia alza i tassi del 24%. Perché la lira turca è crollata?

E' il più grande rialzo dei tassi nei 15 anni di governo Erdogan.

Perché crolla la lira turca Perché crolla la lira turca

Dopo un batti e ribatti continuo, alla fine la Banca Centrale Turca ha deciso di alzare i tassi d’interesse sulla valuta turca. Il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan aveva fatto di tutto per evitare un rialzo dopo la crisi profonda che ha colpito la lira turca lo scorso 11 agosto.

In un articolo pubblicato su Notiziario Estero, che riportiamo di seguito, avevamo scritto che una delle soluzioni poteva essere l’aumento dei tassi di interesse. I benefici di questa scelta già si cominciano a vedere. La divisa turca ha tenuto sul dollaro Usa sebbene il suo valore sia ancora debole rispetto alla moneta americana.

L’altra soluzione che suggerivamo era la richiesta di aiuti al Fondo Monetario Internazionale. I dubbi però che Erdogan voglia ricorrere all’istituzione finanziaria sono molti.

Ecco il post pubblicato lo scorso 11 agosto:

La crisi della valuta di Ankara ha trascinato in basso le borse europee e il rublo russo. Cos’è successo nel venerdì nero della Turchia.

Perché la lira turca è crollata aprendo una crisi finanziaria nel Paese governato da Recep Tayyp Erdogan? Il tracollo valutario ha causato un effetto domino, portando al ribasso le piazze europee, quella milanese in particolare.
Nella giornata del 10 agosto 2018, la lira turca ha perso il 16% di valore sul dollaro e il 12% sull’euro. In termini finanziari, significa che nessuno vuole comprare monete turche e chi le ha se ne vuole sbarazzare cambiandole con dollari, euro o altre valute.
La fuga dalla valuta turca è un messaggio chiaro di sfiducia da parte degli investitori internazionali sulla stabilità finanziaria di Ankara. Preferiscono portare i propri capitali altrove e per questo abbandonano la lira in cambio di dollari o euro per garantirsi i futuri investimenti.
A convincere i mercati dell’instabilità turca sono stati due fattori. Il primo è la scelta del presidente Erdogan a volere decidere e fare lui il ministro delle finanze. In questo ruolo ha nominato il genero Beyrat Albayrak, sostituendolo all’ex ministro Mehmet Simsek molto apprezzato negli ambienti internazionali.
La nomina del genero ha mandato il messaggio che la finanza la decide e sceglie Erdogan. Il presidente negli ultimi anni ha sempre mostrato di prediligere una finanza creativa irrispettosa del buon senso economico e delle regole base dell’economia. Erdogan ha bloccato negli ultimi anni qualunque tentativo della Banca Centrale di alzare i tassi di interesse sul denaro perché avrebbe creato inflazione e depresso la crescita. In realtà l’inflazione ha continuato a aumentare nonostante i tassi bassi e una crescita positiva (7,3% il Pil, ma con un’inflazione al 16%). Questo controllo governativo sulla Banca Centrale non è piaciuto ai mercati e agli investitori, a cui neppure piace il genero di Erdogan ritenuto inadeguato e non all’altezza del ruolo.
A ciò va aggiunto lo scontro duro con gli Stati Uniti di Donald Trump. Il presidente americano ha dato il colpo di grazia alla crisi valutaria turca annunciando via twitter il raddoppio dei dazi su alluminio (50%) e acciaio (20%) importati in America dalla Turchia. Una scelta pesante che ha accelerato l’emorragia di lira turca da parte degli investitori.
Quella di Trump è l’ultimo atto di una querelle diplomatica tra Washington e Ankara. Lite cominciata con la richiesta turca di estradizione di Fetullah Gulem dagli Usa, accusato da Erdogan di essere il regista del tentato golpe del 15 luglio 2016. Proseguita su fronti diversi in Siria, con gli americani a sostegno dei curdi e Erdogan che li considera terroristi attaccando la loro roccaforte di Afrin. Elettrizzata dalla vicenda del pastore evangelista Usa arrestato in Turchia. Un contesto internazionale giudicato poco stabile e a rischio da chi ci mette i soldi. Per dare un po’ di stabilità, il presidente turco ha fatto un appello agli Usa per cessare la politica unilateralista.
Ora si vedrà cosa fanno le grandi società presenti in Turchia. Banche francesi, spagnole e italiane (Unicredit), industria automobilistica (Toyota, ma c’è anche Fca), e società in altri settori strategici (Pirelli per dirne una).
Infine, il crollo della lira turca rende più costose le importazioni e mandare in negativo il saldo delle partite correnti. In queste condizioni, Erdogan dovrebbe avviare una svolta monetaria, alzare i tassi alimentando una stretta sul costo del denaro e chiedere un aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Forse però adesso è troppo tardi. Così, si limita a misure di propaganda richiamando i turchi vendere monete straniere e oro sotto i cuscini per acquistare lira turca. Un annuncio che servirà a poco per tirare fuori il Paese dalla crisi.

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Magazine di politica estera e attualità internazionale. Approfondisce i temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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