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Il risiko mediorientale spiegato in cinque punti

In Medio Oriente la situazione si fa più complicata di quanto lo è normalmente. Cerchiamo di descrivere in sintesi gli aspetti emersi di recente nel garbuglio mediorientale.

Il risiko mediorientale spiegato in cinque punti Il risiko mediorientale spiegato in cinque punti

Gli accordi Sykes-Picot che disegnarono i confini dei Paesi mediorientali non sono mai stati così vicini alla loro cancellazione come negli ultimi anni. Un miliziano dell’Isis disse in un video su youtube che lo Stato Islamico aveva cancellato gli accordi Sykes-Picot. Per una volta bisogna dire che il jihadista anonimo del Califfato aveva ragione. Mai, come al tempo del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, i disegni delle frontiere del Medio Oriente sono stati tanto vicini a scomparire.

Dopo tre anni di guerra allo Stato Islamico e migliaia di morti, gli assetti in Medio Oriente non sono ancora stabili. Anzi, vivono una precarietà forse più pericolosa di quando c’era l’Isis. Questo perché nel grande gioco del risiko mediorientale sono entrate a gamba tesa le potenze regionali e internazionali. Russia e Stati Uniti, Turchia e Israele, Iran e Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi, Egitto, hezzbollah libanesi, miliziani di ogni bandiera e religione.

In questo scenario proviamo a capire le situazioni recenti che si sono create e che rischiano di portare a un confronto militare i player della scacchiera mediorientale.

  1. Siria-Israele. Damasco e Tel Aviv possono scontrarsi per l’infinita questione del confine lungo le alture del Golan, conquistate dall’esercito israeliano nel 1967 dopo la guerra dei sei giorni. Nei giorni scorsi, i servizi militari israeliani hanno rilevato movimenti di truppe e mezzi militari al confine tra Siria e Israele. I militari dell’esercito del presidente Bachar al-Assad stanno cercando di riprendere possesso della zona cuscinetto al confine tra i due Paesi che fino al 2014 era stata presidiata dai caschi blu dell’Onu.
  2. Turchia. E’ forse la situazione più critica e che può dare problemi seri agli assetti mediorientali e a quelli della mezzaluna fertile. Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha messo in atto una politica di espansione travestita da operazioni contro i curdi e la nascita di un Kurdistan al confine con la Turchia. In realtà, il presidente turco punta a mettere mani e piedi su alcune zone della Siria e della Mesopotamia in generale, ricche di risorse naturali energetiche. Mi riferisco al petrolio dell’Isis per intenderci. E’ per questo motivo che il governo di Ankara ha aderito subito alla trilaterale con Russia e Iran per mettere il proprio timbro sulla Siria. La Turchia dunque si è avvicinata a Russia e Iran. Due Paesi che sono in forte contrasto con gli Stati Uniti. Ma la Turchia è di fatto un alleato di Washington in quanto membro della Nato. E per di più vuole entrare nell’Unione Europea. Erdogan insomma fa il doppiogiochista.
  3. Turchia-Israele. Le relazioni tra Ankara e Tel Aviv si sono mantenute buone fino a qualche settimana fa. Questa stabilità era dovuta a un matrimonio di convenienza tra i due Paesi: Ankara e Tel Aviv si coprivano le spalle a vicenda. Di recente però i rapporti diplomatici sono peggiorati e le condizioni meteorologiche dei loro rapporti prevedono temporali. Il presidente turco ha accusato verbalmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu di essere un terrorista e un occupante. L’attacco verbale di Erdogan è avvenuto dopo gli scontri violenti di Gaza tra manifestanti palestinesi e esercito israeliano. Dura la replica di Netanyahu: non accetto lezioni da chi per anni ha bombardato popolazioni civili, riferendosi ai curdi massacrati dall’esercito della Turchia. La querelle turco-israeliana non è solo un capriccio temporaneo tra due leader politici. Nasconde una tensione più profonda legata ai rischi di uno stravolgimento degli assetti mediorientali. Stravolgimento che spaventa ancora di più Israele dopo l’annuncio di Trump di volersi ritirare dalla Siria. In realtà, Trump punta a portare gli Stati Uniti fuori da tutte le dinamiche mediorientali. Come insegna la crisi di Gerusalemme.
  4. Gaza-Israele. Se il conflitto arabo-israeliano è rimasto latente negli anni dell’Isis ora invece sembra riaffiorare in tutta la sua violenza. Gli scontri recenti al confine di Gaza tra manifestanti e forze armate israeliane ci dicono che le discussioni sul percorso di pace non possono più essere rinviate.
  5. Iran. Il grande Stato sciita del Golfo lavora con sottigliezza per ritagliarsi uno spazio nelle eventuali spartizioni mediorientali. Gli occhi di Teheran sono rivolti sulla Siria e sullo Yemen. In Siria, gli ayatollah iraniani giocano la partita di difendere il loro alleato, sciita pure lui, Assad. Ma la posta in gioco per Teheran è ben altra. Quella di non lasciare spazio alle forze ribelli, appoggiate da Turchia e Arabia Saudita. In Yemen, l’Iran ha provato a rovesciare il governo filo-saudita attraverso le milizie Houthi sciite. L’esperimento finora gli è andato male dopo l’intervento della coalizione a guida saudita.

Questi punti sintetizzano alcuni aspetti dello scenario in Medio Oriente. Ci sono due grandi assenti. Il primo è Washington. Il secondo è l’Unione Europea. Mentre però gli Stati Uniti hanno condotto la partita contro l’Isis e sono stati player attivi, l’Europa non ha dato grandi segnali di presenza politica e diplomatica. Solo a livello militare si è spesa aderendo alla coalizione creata dagli Usa contro lo Stato Islamico. Ancora una volta, Bruxelles sembra rimanere fuori dai giochi della politica internazionale.

Ovidio Diamanti

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Informazioni su Redazione ()
Magazine online di politica estera e attualità internazionale. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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