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Lo Stato Islamico è davvero morto?

L'Isis sembra scomparso da Siria e Iraq tanto velocemente come è arrivato. I jihadisti non sono più al centro delle cronache sulla Mesopotamia. Ma il Califfato è davvero scomparso? O tornerà più forte di prima?

Lo Stato Islamico è davvero morto Lo Stato Islamico è davvero morto

Per primo arrivò Mosul. Poi Raqqa. A seguire tutte le altre città siriane e irachene liberate dai combattenti dello Stato Islamico. Infine la Libia, ultimo avamposto dell’espansione del Califfato in Africa.

Haydar al-Abadi, premier iracheno, tentò per primo di darsi il merito della sconfitta dell’Isis. Poi Vladimir Putin, ma anche l’Esercito Libero Siriano, formato da arabi e curdi, appoggiato dagli Stati Uniti.

La questione però è: lo Stato Islamico è morto davvero? Scrive al proposito Fulvio Scaglione, in un editoriale su TerraSanta, che quello pseudo stato e il suo esercito è durato fin troppo, dal luglio 2014 a dicembre 2017. Si chiede il giornalista come è possibile che una coalizione tanto ampia come quella contro l’Isis (più di quelle formatesi contro la ex-Jugoslavia di Slobodan Milosevic e l’Iraq di Saddam Hussein) abbia resistito così a lungo.

La resistenza dell’Isis si spiega, e condivido l’analisi di Scaglione, grazie soprattutto alla complicità di Paesi dell’area mediorientale. Certo, c’è anche la ferocia e la convinzione ideologico-religiosa dei miliziani dell’Isis. Ma è indubbio che senza il supporto di Potenze regionali come la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar, mai Abu Bakr al-Baghdadi e suoi seguaci sarebbero riusciti a sopravvivere così a lungo.

Armi, addestramento, munizioni. Gli uomini dell’Isis hanno imparato le tecniche di assalto, quelle della guerriglia e persino a estrarre petrolio dai pozzi. L’obiettivo delle monarchie finanziatrici era quello di inserire nel mondo sciita della Mesopotamia una mannaia sunnita-wahabita. Quando fu chiaro che questo tentativo stava fallendo, allora l’Isis fu lasciato al proprio destino.

A rovinare i sogni di una Mezzaluna fertile tutta in mano sunnita, fu probabilmente l’intervento russo a fianco del presidente Bachar al-Assad. Ma anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia dopo la crisi di fine 2015 e l’abbattimento del jet russo da parte dell’aviazione turca. Da quel momento, Ankara ha cominciato a chiudere i passaggi dei terroristi ai suoi confini e a mettere in crisi lo Stato Islamico. Si spiegano così i numerosi attentati che hanno colpito la Turchia dal 2016 e, in parte, rivendicati dagli uomini del Califfato.

Ora per dire se lo Stato Islamico è sconfitto davvero non resta che porre una questione centrale. Chi sono stati i finanziatori e ispiratori dello Stato Islamico dentro i Paesi mediorientali che abbiamo ricordato? L’Isis sarà veramente sconfitto quando saranno individuati e fermati i suoi ispiratori, i principi della sua intelligence.

Questi uomini hanno dimostrato di potere creare un esercito forte in poco tempo. E proprio questo non ci rassicura sul fatto che lo Stato Islamico non possa tornare a rialzare la testa. Qualche esempio lo vediamo in Afghanistan, dove anche di recente sono avvenuti attentati rivendicati dai jihadisti dell’Isis. In Libia la questione è ancora aperta in alcune zone dove permangono le sacche di resistenza dei miliziani di al-Baghdadi.

Inoltre, come scrive il quotidiano spagnolo El Paìs proprio oggi, la moltiplicazione dei focolai di conflitto in Siria (battaglia per Ghuta, attacco turco ai curdi di Afrin per citarne alcuni) devia l’attenzione dell’opinione pubblica sulla lotta all’Isis e ridà ossigeno ai jihadisti. Insomma, il moribondo Stato Islamico potrebbe riprendere a respirare.

Ovidio Diamanti

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Magazine di politica estera e attualità internazionale. Approfondisce i temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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