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La prova di forza di Putin nella tregua in Siria

C’e qualcosa che non torna nella vicenda della tregua in Siria e nel pugno di ferro di Vladimir Putin.

Putin e il pugno di ferro sulla tregua in Siria Putin e il pugno di ferro sulla tregua in Siria

Il presidente russo ha lanciato un messaggio chiaro a Bachar al-Assad: cessare il fuoco ogni giorno dalle 9 alle 14 a cominciare dal 27 febbraio 2018 per consentire l’arrivo di aiuti umanitari a Ghuta orientale dove l’aviazione siriana ha continuato i suoi raid nonostante la tregua stabilita dall’Onu.

Dietro l’intervento di Putin c’è un segnale chiaro. In Siria su Assad comanda la Russia. L’Onu potrà anche prendere decisioni ma senza il consenso di Mosca nulla si può fare.

Il presidente siriano ha sfidato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza continuando i bombardamenti. Putin sfida l’Onu mettendo in chiaro che qualsiasi decisione su Damasco passa da lui. E mette i puntini sulle i per quanto riguarda l’equilibrio di potenza in terra di Mesopotamia: la Russia è un player fondamentale dal quale non si può prescindere.

Magari è solo un esagerazione di interpretazione della politica internazionale sulla Russia. Ma la coincidenza dei fatti è troppo strana.

In tre giorni succede che il Consiglio di Sicurezza approva la risoluzione per il cessate il fuoco di 30 giorni; i caccia bombardieri di Damasco dopo nemmeno 8 ore lanciano ordigni sul quartiere di Ghuta Orientale dove fino al giorno prima avevano ucciso 500 persone di cui 100 bambini; il presidente russo interviene ordinando la tregua giornaliera di 5 ore per consentire il corridoio umanitario.

Se non è un tentativo russo, probabilmente concordato con Assad, di mostrare che in Siria si fa quel che dice Putin e che la durata delle tregue si decide a Mosca e non a New York poco ci manca.

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Magazine di politica estera e attualità internazionale. Approfondisce i temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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