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Le dighe nel mondo uccidono i grandi fiumi della terra?

River serial killers? La costruzione incontrollata di dighe idroelettriche sta davvero uccidendo i grandi fiumi della terra? Uno studio del Politecnico di Milano mostra che un miglior compromesso tra sviluppo e preservazione dell’ambiente è possibile.

Politecnico Milano studia rapporto dighe e fiumi Uno studio del Politecnico di Milano fotografa la relazione tra dighe idroelettriche del mondo e conseguenze sui grandi fiumi della terra. Nella foto la copertina di Nature Sustainability che ha pubblicato lo studio

È stato pubblicato sulla copertina della rivista Nature Sustainability, uno studio del Politecnico di Milano in collaborazione con l’Università di Berkeley che dimostra come, pianificando strategicamente la costruzione di dighe, sia possibile aumentare la produzione di energia idroelettrica e allo stesso tempo limitare l’impatto sull’ecosistema fluviale.

Le dighe nel mondo generano circa un sesto dell’energia elettrica consumata e irrigano un settimo dei campi agricoli e sono per questo un elemento necessario per il benessere e lo sviluppo di una società.

Allo stesso tempo, però, alterano in modo significativo il sistema naturale del bacino in cui sorgono perché alterano l’idrologia e ostacolano il trasporto verso valle dei sedimenti che sono vitali per gli abitanti dell’ambiente interno e circostante al corso d’acqua. A valle spesso si assiste ad una diminuzione del trasporto solido con conseguente erosione del letto fluviale.

Il gruppo di ricerca del Politecnico, coordinato dal Professor Andrea Castelletti e composto da Simone Bizzi e Rafael Schmitt, in collaborazione con il Professor Matt Kondolf dell’Università di Berkeley, ha studiato il caso del bacino del 3S (Se Kong, Se San e Sre Pok), un tributario del fiume Mekong e sorgente primaria di sabbia per il delta del Mekong.

L’attuale piano di sviluppo idroelettrico del bacino prevede la produzione del 50% dell’energia idroelettrica pianificata con una riduzione del trasporto di sabbia a valle del 90% rispetto alla condizione naturale senza dighe.

Lo studio ha dimostrato che questo piano di sviluppo energetico finirà per disconnettere completamente il sistema fluviale dal delta e che esistono invece spazi di decisione con un impatto limitato su questo sottosistema.

In particolare, secondo i ricercatori, adottando un approccio strategico alla pianificazione per decidere dove costruire dighe e di che dimensione, sarebbe possibile produrre il 70% dell’energia pianificata riducendo il trasporto di sabbia al 20%.

La rilevanza di questi risultati apre importanti spazi di discussione per la pianificazione delle 3.700 dighe che sono in attesa di costruzione nel mondo. Per evitare effetti catastrofici per l’ambiente e per la società in cui viviamo è fondamentale utilizzare strumenti di valutazione efficienti che sappiano fare emergere soluzioni di compromesso tra l’esigenza di sviluppo energetico delle nazioni e la necessità di proteggere l’ambiente in cui viviamo.

Il lavoro di ricerca procede in altri punti nevralgici della Terra, quali i Balcani e l’Africa subsahariana, dove i ricercatori del Politecnico di Milano stanno applicando questo nuovo approccio in collaborazione con il Politecnico di Zurigo e con l’Università di Stanford dove il Dr. Schmit ha iniziato il suo Post-Doc nel Natural Capital Project

(Dal comunicato stampa del Politecnico di Milano)

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Magazine di politica estera e attualità internazionale. Approfondisce i temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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