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Trump e la politica internazionale un anno dopo

Giovanna Botteri: "Il cuore dell'America batte ancora per Trump". Il disegno del presidente Usa che tiene insieme il partito repubblicano nonostante le apparenze.

Trump un anno dopo Trump un anno di politica internazionale

Trump un anno dopo. All’Ispi di Milano un confronto tra autorevoli osservatori della politica economica e internazionale degli Stati Uniti. Al centro, l’analisi dell’America dopo un anno di Trump.

Giovanna Botteri (corrispondente Rai a New York)

La strategia politica di Trump nel campo internazionale è stata preannunciata nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca. Il presidente Usa ha spiegato il suo disegno di mettere fine alla presenza americana ovunque nel mondo. L’obiettivo è di riportare gli Usa a concentrarsi al loro interno e dire stop all’esportazione dell’impero americano nel mondo.

Da allora, Donald Trump altro non ha fatto che perseguire questo disegno con ogni mezzo anche ricorrendo a colpi di scena o fake news. Per la corrispondente Rai, è un’illusione che il Partito Repubblicano sia diviso sul presidente e ha invitato a non considerare certi segnali come la minaccia di impeachment o la sconfitta sulla Obamacare. La realtà è che i repubblicani appoggiano il disegno strategico del presidente al di là dei mezzi che usa per realizzarlo.

Ai repubblicani conservatori interessano soprattutto due cose, che Trump ha dato loro: il controllo sulla giustizia americana (ottenuto con la nomina di Neil Gorsuch nella Corte Suprema Usa), che ora vanta una maggioranza di destra tra i nove componenti; la riforma fiscale, improntata sull’abbassamento delle tasse e i tagli ai servizi.

I due slogan, quindi, urlati da Trump a ogni piè sospinto racchiudono questi obiettivi. America First a Make America Great Again si riferiscono all’isolazionismo in politica estera e al balzo in avanti dell’economia Usa. E difatti un salto in avanti la politica economica di Trump lo ha fatto. Wall Street vola in alto e negli Stati Uniti il volume d’affari è tornato a livelli elevati.

Per questa ragione il cuore dell’America batte ancora per Trump. L’elettorato del presidente Usa è quello della middle class delusa dalle promesse mancate dei democratici, è l’America degli operai non ancora uscita dalla crisi che ha visto per la prima volta seri pericoli di povertà. E quest’America che ha votato Trump o meglio la speranza che Trump è riuscito a far intravvedere. Ancora oggi, quell’elettorato lo sostiene. Gli Stati Uniti non sono solo il New York Times o il Washington Post.

Mario Platero (corrispondente de Il Sole24ore da New York)

Con il presidente Trump l’economia americana è volata in alto. Certo permangono ancora molte criticità, ma i benefici della ricetta economica del presidente Usa sono evidenti. Con Trump l’indice Dow Jones è aumentato del 30%, il secondo migliore risultato nella storia degli Stati Uniti. I dati macroeconomici degli Usa sono positivi. La riforma fiscale si è trasformata in misure di stimolo per l’economia. Il tasso di disoccupazione si è ridotto intorno al 4%. L’inflazione continua a essere sotto controllo. C’è insomma quello che viene definito un circolo virtuoso. A crescere è il debito pubblico. Per il corrispondente de Il Sole24ore in politica internazionale Trump sta cercando di smontare il castello del multilateralismo che gli Stati Uniti hanno creato anni fa, sostituendolo con l’isolazionismo.

Germano Dottori (professore di studi strategici alla Luiss di Roma)

L’isolamento americano perseguito da Trump è una scelta studiata e voluta dal Partito Repubblicano. Trump si è impegnato a farla finita di americanizzare il mondo. E’ questo per il professor Dottori il filo rosso che unisce la politica estera di Donald Trump. Vanno rispettate le sovranità nazionali senza intrusione americana. E il vuoto di potere che gli Usa lasciano, va riempito con gli interessi nazionali dei singoli Stati.

In estremo oriente per esempio, Trump vuole ritirare gli Stati Uniti dagli equilibri e dagli assetti della regione est-asiatica. Il suo obiettivo è quello di mettere la Corea del Sud e il Giappone nelle condizioni di difendersi da soli.

Anche in Medio Oriente Trump vuole tenere gli usa fuori dalla regione. Nel caso dell’Iran, il disegno del presidente Usa è di forzare la mano per indebolire la regione più forte nell’area (Iran) e riequilibrare il peso del suo antagonista più debole (Arabia Saudita). Sulla questione di Gerusalemme capitale e del processo di pace arabo-israeliano, Trump ha fatto pressione sui palestinesi con il riconoscimento unilaterale di Gerusalemme capitale di Israele. In questo modo ha ottenuto la decisione dei Paesi arabi di non considerare più gli Stati Uniti come mediatori, di fatto estromettendoli dalla questione mediorientale. Che era proprio ciò che Trump voleva. Inoltre, ha costretto i leader arabi a far riconoscere Gerusalemme est come capitale della Palestina. Per il professore della Luiss c’è dietro questo un disegno ben preciso, che è quello di giocare di nuovo la partita dei Due Stati.

Sergio Romano (ex-ambasciatore e editorialista del Corriere della Sera)

Sergio Romano non vede il disegno strategico di Trump dietro i suoi movimenti in politica internazionale. Si tratta semplicemente della prova di mancanza di esperienza nel campo della politica economica e della politica estera. Con Trump l’America ne esce come un Paese diviso.

L’ex-ambasciatore è d’accordo con il professor Dottori sul fatto che Trump stia tentando di indebolire l’Iran e aumentare la forza dell’Arabia Saudita. Tuttavia, scommettere su Riad è pericoloso. Perché è un paese poco affidabile, anche per una celata instabilità interna che emerge poco sulla stampa. Riad inoltre ha un grosso problema con Gerusalemme. In quanto custodi della Mecca e di Medina, i sauditi difficilmente accettano il controllo arabo di un luogo di culto come la spianata delle moschee a Gerusalemme.

Sulla questione coreana, Romano si concentra sulla strategia di Kim e non vede tanti meriti di Trump. La Corea del Nord ha assistito all’invio di batterie di missili alla Corea del Sud subito dopo l’elezione di Trump. Cosa avrebbe dovuto pensare se non a un rischio di escalation militare? La vicenda dell’Iraq di Saddam che non aveva armi nucleari era lì a dimostrarlo. Senza armi nucleari come deterrente, si rischiava di venire attaccati. Da qui l’escalation di test militari.

Romano ha poi ricordato che l’elettorato di Trump è comunque in crisi perché la middle-class che lo ha sostenuto non si sente più middle-class. E una parte di essa ha visto un peggioramento della sua situazione. Non sono in sostanza tutte rose e fiori le condizioni economiche della classe media Usa.

Andrew Spannaus (giornalista)

L’America vive una crisi di Paese. E Trump è l’effetto della crisi non la sua causa. L’errore dei media americani è stato quello di non capire come Trump si sia inserito in questa dinamica. Per il giornalista americano, Trump ha cercato di ridare una speranza economica, ma in realtà la situazione degli Stati Uniti non è ancora stabile. La classe media paga ancora le conseguenze della crisi economica. Lo slogan di Trump per ridare la speranza è l’accusa alle amministrazioni precedenti di avere speso soldi in guerre inutili anziché investire risorse negli Stati Uniti. Trump oggi ha ancora il sostegno di un 40% della popolazione.

Ovidio Diamanti

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Magazine di politica estera e attualità internazionale. Approfondisce i temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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