Gerusalemme e il vuoto politico che lasciano gli Usa

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Il leader palestinese Abu Mazen va a Parigi da Macron. Sarà la Francia a riempire il vuoto che lasciano gli Stati Uniti in Terra Santa?

Siamo all’anno zero di un cambiamento epocale per la politica internazionale in Terra Santa? Certezze non ne esistono, ma i segnali ci sono.

Gli Stati Uniti stanno lasciando un vuoto politico enorme nella questione arabo-israeliana. E nessuno li ha esclusi. Si stanno escludendo da soli.

La scelta del presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele si è rivelata un boomerang dall’impatto pesante.

Perché quasi nessuno ha seguito la Casa Bianca nello “strappo diplomatico” (Lo strappo di Trump su Gerusalemme) che ha fatto irritare il mondo arabo.

Perché 120 Paesi hanno votato la risoluzione Onu di condanna al riconoscimento della Città Santa come capitale dello Stato ebraico.

Ma soprattutto perché l’alleato più fedele, l’Unione Europea, ha dato un sonoro schiaffo a Trump e Netanyahu con una netta presa di posizione (avvenimento alquanto raro) sulla questione di Gerusalemme (L’Ue dice no a Netanyahu).

Dopo l’impressione di abbandono diplomatico sulla questione siriana (sensazione esistente fin dai tempi di Barack Obama), la diplomazia statunitense sembra creare un vuoto politico anche nella complicata matassa arabo-israeliana.

I leader dei Paesi musulmani in una dichiarazione congiunta dello scorso 13 dicembre hanno deciso di “screditare” gli Stati Uniti sulla questione del conflitto tra arabi e israeliani.

Significa che gli Usa di Trump non godono più della fiducia necessaria per essere considerati superpartes. Che è quella condizione riconosciuta di autorevolezza e serietà diplomatica che ha concesso al Dipartimento di Stato il ruolo principale in ogni negoziato da almeno 60 anni a questa parte.

Questa proposta di screditare gli Stati Uniti è stata lanciata nel summit dei Paesi musulmani dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Che è in questi giorni a Parigi dove ha incontrato il presidente francese Emmanuel Macron.

A Macron, Abu Mazen ha ribadito la posizione palestinese (e a questo punto musulmana): i palestinesi non riconoscono più il ruolo di Washington e neppure alcuna mediazione o proposta di piano di pace.

Quella palestinese, che trova almeno per ora il sostegno degli Stati arabi, è una posizione durissima. Che fa intravedere un percorso irto di spine e pungiglioni in Terra Santa. Altro che percorso di pace.

La domanda centrale adesso è chi colmerà il vuoto politico lasciato dagli Stati Uniti nelle relazioni tra israeliani e palestinesi. Per un ritorno americano sul palcoscenico mediorientale si dovrà aspettare un bel pezzo.

Poteva essere l’occasione diplomatica per l’Unione Europea. Bruxelles gode di stima e credibilità tra i palestinesi. Sono ingenti le risorse finanziarie che attraverso progetti di cooperazione arrivano dall’Europa nei territori occupati. Anche Israele aveva una buona considerazione dell’Ue, Ma dopo il no secco a Netanyahu a riconoscere Gerusalemme capitale, le relazioni tra Tel Aviv e Bruxelles si sono raffreddate.

L’Ue inoltre ha il problema della coesione interna. Non è garantito che la posizione espressa dall’Alto Commissario Federica Mogherini a Netanyahu rappresenti il pensiero reale di tutte le cancellerie.

La Francia di Macron sta provando a sostituirsi agli Usa. L’attivismo diplomatico del giovane presidente francese lo dimostra, battendo sul tempo tutti incontrando all’Eliseo Abu Mazen. In questo Macron raccoglie l’eredità di Hollande. L’ex-presidente aveva messo in moto un’offensiva diplomatica per rilanciare il processo di pace. Forte di questo spirito di iniziativa, Parigi potrebbe godere di una buona credibilità. L’Eliseo però è ancora lontano dal raggiungere una posizione di fiducia super-partes. Perché la Francia è stata storicamente sempre vicina alla causa palestinese. E ciò insospettisce gli israeliani.

Neppure l’Onu può fare molto. Dopo il voto di condanna al riconoscimento di Gerusalemme Capitale difficilmente il governo israeliano potrebbe avere fiducia nelle Nazioni Unite. Netanyahu ha accusato il Palazzo di Vetro di fare una politica anti-israeliana.

C’è scritto nella Bibbia: “Or sappi questo: che negli ultimi giorni verranno tempi difficili (Timoteo 3,1-13)”. Un monito quasi profetico di quello che potrebbe accadere.

Ovidio Diamanti

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1 COMMENT

  1. L’Europa si bruciò la sua possibilità molto prima, quando votò per il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da territori al di là della linea verde..

  2. Condivido ed apprezzo il contenuto dell’articolo.Ben venga un’imparziale mediazione della Francia a recuperare il processo di pace che affonda a causa della politica di Netanyahu.Al riguardo illustro di seguito quali potrebbero essere,in un mutato quadro politico,i punti di un’equa e definitiva composizione del conflitto israelo-palestinese:
    1)blocco degli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est e in Cisgiordania in quanto illegali quale ovvia precondizione della ripresa del processo di pace;
    2)pari dignità per i due stati (Palestina e Israele),quindi per la Palestina pieno controllo dei confini con la Giordania,con l’Egitto,con le acque internazionali e continuità territoriale in Cisgiordania,nonchè piena sovranità per entrambi gli stati senza eccessive limitazioni in campo militare;
    3)definizione dei confini della Cisgiordania a partire dalla linea verde del ’49 con riduzione e scambio dei salienti,ed eventualmente delle popolazioni;
    4)evacuazione degli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania ad Est dello spartiacque;mantenimento di una quota negoziata di insediamenti sotto sovranità palestinese ad Ovest dello spartiacque;
    5)su Gerusalemme,fuori le mura Est alla Palestina,Ovest a Israele;entro le mura quartiere mussulmano alla Palestina,quartiere ebraico e cittadella a Israele,quartieri cristiano ed armeno e Spianata delle moschee territorio neutrale sotto sovranità ONU;
    6)capitali consigliate:per Israele Tel Aviv,per la Palestina Ramallah (in subordine ciascuna delle parti potrà insediare la propria capitale nella sua parte di Gerusalemme);
    7)sui profughi palestinesi nei campi del Medio Oriente,riconoscimento del loro diritto al ritorno, da realizzarsi per quote negoziate:una quota rientrante nel territorio dello Stato d’Israele,una quota rientrante nel territorio dello Stato di Palestina,una quota beneficiaria di equo indennizzo ai fini dello stanziamento in paesi terzi,a carico dello Stato d’Israele.
    nearco7

    • Analisi che non fa una grinza. A nessuno viene in mente di ragionare su Gerusalemme Città Stato tipo il Vaticano definendo un equilibrio di poteri tra le parti?

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