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Cina e ordine internazionale

Da Mao a Xi Jinping. Come la Cina ha aderito all'ordine globale.

Cina e sistema internazionale La Cina e l'ordine internazionale, Da Mao a Xi Jinping

La Cina e l’ordine internazionale. La partecipazione del colosso asiatico al sistema delle regole internazionali ha avuto un percorso lungo e travagliato. Se Mao teneva un piede dentro e l’altro fuori dal sistema internazionale, c’è voluta una nuova generazione di leader cinesi per fare entrare a pieno titolo la Cina nel sistema internazionale e renderla tra gli Stati più autorevoli.

L’ingresso di Pechino come protagonista sul palcoscenico internazionale fu nel secondo dopoguerra. Prima della Seconda Guerra Mondiale, la Cina stava ancora facendo i conti con se stessa. Nel 1911 la dinastia imperiale cinese crollò dopo secoli di dominio. A darle il colpo di grazia fu la nascita della Repubblica Cinese, fondata da Sun Yat-sen nel 1912. Sun Yat-sen, che creò anche il partito Kuomintang, non fu in grado di dotare la Cina di un governo centrale forte e autorevole. Con lui si aprì una fase di guerre tra fazioni per il controllo del potere.

Solo l’arrivo al potere di Chiang Kai-shek, nel 1928, mise la Cina nelle condizioni di potere entrare nelle dinamiche internazionali e nel sistema economico globale. Chiang, leader del partito nazionalista del Kuomintang fondato da Sun Yat-sen, riuscì a instaurare un governo centrale forte. La Cina di Chiang Kai-shek tentò più che altro di adattarsi a un sistema internazionale in movimento. Lo stesso Chiang diede alla politica cinese, e quindi alla sua politica estera, una direzione che perseguiva allo stesso tempo la modernità e la tradizione cinese. Un cocktail che a fatica riusciva a dare la spinta ai cinesi per emergere sul proscenio internazionale.

Proprio questa politica fu in parte responsabile delle umiliazioni che i cinesi subirono dal Giappone tra il 1937 e la Seconda Guerra Mondiale. Negli anni ’30 il Giappone aveva messo in atto una politica estera spregiudicata e aggressiva. Nel 1931 l’occupazione della Manciuria fu una sconfitta morale per i cinesi. Negli anni successivi, i giapponesi invasero e occuparono vaste aree della Cina centrale e orientale. Ci volle il secondo conflitto mondiale per offrire un riscatto ai cinesi. Pechino si alleò con le potenze democratiche occidentali in chiave anti-giapponese. Se però uscì dalla guerra tra gli Stati vincitori, la Cina si ritrovava a risolvere ancora i suoi regolamenti di conti interni. La guerra civile e le tendenze rivoluzionarie tratteggiavano i lineamenti del gigante asiatico del dopoguerra.

Il grande ingresso nel sistema internazionale avvenne con Mao Tse-tung. Il 1 ottobre del 1949, Mao proclamò la Repubblica Popolare della Cina. Lo slogan fu: “Il popolo cinese si è alzato in piedi”. La dottrina che Mao introdusse e lo accompagnò lungo il suo governo: “Rivoluzione continua”.

La dottrina della rivoluzione continua Mao la applicò anche nel sistema internazionale. E in questo modo smantellò i concetti di ordine internazionale ma anche ordine interno. Come era pensabile stare dentro le regole di un sistema e equilibrio internazionale (o interno), se poi si sosteneva il principio della rivoluzione continua? Di fatto, Mao metteva il sistema internazionale sotto attacco. Era minacciata la stabilità del sistema; era minacciata la democrazia dei Paesi occidentali; soprattutto era minacciata anche la leadership sovietica nel mondo comunista.

La dottrina della rivoluzione continua imponeva che il processo rivoluzionario fosse tenuto sempre in accelerazione. Più si teneva alta la soglia di tensione rivoluzionaria, meno i rivoluzionari cinesi diventavano compiacenti e indolenti.  Con questa logica Mao andava anche a distruggere il concetto confuciano di armonia, tipico della antica tradizione cinese.

Nella conduzione della politica internazionale della Cina, Mao insistette sul ruolo centrale che la Cina comunista doveva avere nelle dinamiche globali, ruolo che le spettava per la superiorità ideologica e psicologica. A prova di questa superiorità il “grande timoniere” stupì le delegazioni comuniste di mezzo mondo con il suo celebre intervento durante una conferenza internazionale comunista a Mosca nel 1957. Sostenne che in caso di guerra nucleare, la Cina sarebbe stata l’unico vincitore perché anche con la morte di centinaia di milioni di cinesi, ci sarebbero state ancora milioni di persone in Cina sopravvissute. Un discorso di cinismo ma anche di realismo politico che riusci a shockare il mondo comunista.

La politica estera di Mao dentro il sistema internazionale fu improntata per anni a uno squilibrio strutturale. Nel 1966 per esempio, siamo nel pieno della Rivoluzione Culturale, la Cina aveva solo 4 ambasciatori nel mondo. Una rappresentanza diplomatica molto limitata se si pensa che Pechino aveva contatti e relazioni con molti Paesi del mondo, incluse alcune grandi potenze.

Tuttavia, la cina maoista riuscì a destreggiarsi tra le matasse della politica internazionale. In parte fu per l’abilità politica della stesso Mao. Nel 1969, per esempio, l’Unione Sovietica fu sul punto di attaccare la Cina. La tensione sino-sovietica era al punto massimo. Mao fece allora una mossa diplomatica da maestro e diede scacco matto a Mosca: aprì semplicemente la porta all’avversario storico dell’Urss, gli Stati Uniti.

Fu una scelta politica all’insegna della realpolitik e del calcolo minuzioso. Mao comprese che allacciando relazioni diplomatiche con Washington metteva fine all’isolazionismo della Cina. Soprattutto, apriva la porta alla possibilità che altri Paesi dell’orbita americana, riconoscessero la Repubblica Popolare cinese. La Cina insomma faceva il suo grande ingresso sullo scenario internazionale come Stato riconosciuto e autorevole.

Il grande balzo in avanti nella politica internazionale, la Cina lo fece dopo la morte di Mao nel 1976. Il suo successore fu Deng Xiao Ping. Fu lui a traghettare la Cina ancora di più dentro il palcoscenico globale. Sostenitore della “via cinese al socialismo”, Deng riuscì a liberare e a mettere in moto le energie dei milioni di cinesi, portando la Cina a essere la seconda più grande economia al mondo. Questa trasformazione notevole del gigante asiatico, richiedeva però la sua accettazione totale delle istituzioni internazionali e del sistema di regole internazionali che disciplinano il sistema. Deng accettò quindi l’adesione a organizzazioni internazionali, al diritto internazionale e alle regole del gioco dell’economia internazionale.

Questa adesione alle regole e la responsabilità che richiedeva stare nel sistema internazionale aprì una polemica e dibattito tra i cinesi che ancora oggi se ne sentono i postumi nelle conferenze internazionali. La questione che i cinesi ponevano era quella di dovere aderire a leggi e regole che loro non avevano contribuito a creare.

Intanto, l’importanza e il ruolo di Pechino a livello mondiale aumentava. Il punto di vista cinese e l’opinione del governo di Pechino erano attese e ricercate in ogni autorevole forum internazionale. La Cina insomma stava guadagnando quella statura e autorevolezza politica e istituzionale di un grande Stato.

Dopo Deng Xiao-ping toccò a Jiang Zemin guidare il Paese. Si trovò a gestire la grande rivolta di Piazza Tienanmen. Zemin comunque caratterizzò la diplomazia cinese con la sua abilità diplomatica nelle grandi sedi internazionali. Il suo successore, Hu Jintao, fu un allievo di Deng Xiao Ping e, seguendo le orme del maestro, cerò di dare una ulteriore spinta alla Cina per portare il Paese a livelli ancora più alti tra le potenze mondiali. Dopo di lui, il leader attuale Xi Jinping, sta provando a cambiare ancora l’impronta della potenza cinese. Suo obiettivo è quello di rendere più trasparente l’amministrazione cinese e avere risultati economici e politici prodotti da una maggiore legalità. Xi prova a applicare questi principi della trasparenza e legalità anche nel sistema internazionale. Vedremo negli anni i suoi risultati.

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Magazine online di politica estera e attualità internazionale. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

2 Commenti su Cina e ordine internazionale

  1. <>. In realta’ non e’ corretto perche’ era la Repubblica di Cina a sedere nel consiglio di sicurezza ONU e non la Repubblica Popolare Cinese: non erano in molti a riconoscere la legittimita’ del regime comunista sulla Cina continentale (ecco spiegato anche il numero limitato di ambasciate all’estero). E’ con la Risoluzione 2758 del 25 ottobre 1971 approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU che la Cina comunista viene riconosciuta al posto di Taiwan ed entra a far parte del Consiglio di sicurezza come membro permanente.

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  2. Caro Checco Lei ha ragione e la ringrazio per averci fatto notare l’errore. Come sa, quando un pezzo viene rivisto e ricorretto più volte, capita che parti delle frasi corrette rimangano incluse nella correzione. Abbiamo provveduto a correggere. Il senso era quello di dire che nonostante la potenza della Cina nel mondo fosse cresciuta e comunque esistessero relazioni commerciali ecc con diversi Paesi, la sua rappresentanza diplomatica era scarna. E ciò proprio perché la Cina “ufficiale” era quella di Formosa e suoi isolotti (oggi Taiwan).
    Ovidio Diamanti

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  1. Cina e ordine internazionale – Onda Lucana

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