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Da potenza a egemonia: come la Russia sfida l’ordine internazionale

La Russia sfida l'ordine internazionale e prova a cambiare il suo ruolo sullo scenario globale. Mosca aspira a passare da potenza a egemonia sostituendosi a Washington.

Come la Russia prova a passare da potenza a egemonia Come la Russia prova a passare da potenza a egemonia

La sfida della Russia all’ordine internazionale è cominciata con l’annessione della Crimea, proseguita con l’intervento militare in Siria, consolidata con i botta e risposta continui con la Nato nel Baltico e in Europa orientale.

Vladimir Putin e il cerchio magico che lo assiste ha fatto ogni passo secondo un calcolo ben definito volto a sovvertire l’equilibrio internazionale post-guerra fredda. La strategia del Cremlino è chiara: passare dal ruolo di potenza a quello di egemonia sullo scenario globale.

In altri termini, significa che la Russia prova a trasformarsi da stato potenza – che vede il suo potere controbilanciato da altri stati- in stato egemone, nel senso di avere una supremazia su tutti gli altri stati nell’ambito politico, economico, militare. In sostanza, Mosca aspira a comandare nel sistema internazionale dopo essersi costruita un ruolo di leadership.

Sotto un aspetto più strettamente geopolitico, Putin ha messo in moto un percorso per sostituire la leadership della Russia a quella degli Stati Uniti. Mentre Washington ha perso gradualmente l’egemonia che pensava di avere dopo la caduta del muro di Berlino, Mosca ha progressivamente aumentato la propria supremazia.

Il primo vero colpo all’ordine internazionale Putin lo ha dato con il colpo di mano in Crimea nel 2014. L’annessione alla Russia della penisola strappata all’Ucraina ha messo in mostra la spregiudicatezza della politica estera russa, la potenza e sicurezza militare, l’abilità a muoversi nell’equilibrio ingarbugliato dei rapporti internazionali. Soprattutto, ha fatto vedere al mondo la debolezza della comunità internazionale, dei Paesi occidentali, delle istituzioni internazionali.

Il secondo colpo è stato l’intervento in Siria a sostegno del presidente Bachar al-Assad. E’ stata la mossa da maestro della diplomazia russa. Vicino a lasciare il potere e fuggire da Damasco, Assad ha rialzato la testa grazie all’intervento militare di Mosca.

Ma il capolavoro di Putin è consistito nell’aver fermato l’avanzata dei ribelli anti-Assad, mettendo in crisi gli Stati Uniti principali sponsor dei gruppi di opposizione siriana. Ciò ha obbligato Washington a accettare la partecipazione di Assad al tavolo negoziale con i ribelli per un percorso di pace sulla Siria. La Russia ha fatto in modo che gli Stati Uniti riconoscessero il ruolo di Assad, che invece volevano cacciare e neppure ammettere a un governo di transizione politica.

Tutto questo Putin lo ha fatto sotto il pressing delle sanzioni internazionali imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea e la guerra “per procura” in Ucraina orientale. Da Stato vicino all’isolamento internazionale, la Russia è diventata in breve tempo Paese leader.

Da un punto di vista economico, la strategia di Mosca ha puntato tutto a stringere alleanze commerciali con altre realtà e mercati diversi da quello europeo e americano. Sottoposta anche alla crisi dei prezzi del petrolio, Putin ha spostato l’orizzonte dei propri sbocchi di mercato principalmente a est, soprattutto Cina e ex-repubbliche sovietiche sul fronte asiatico. Basti pensare alla creazione di una unione economica che ha proposto anche una possibile valuta comune.

Questa ostpolitik russa ha avuto il suo perno nei rapporti con la Cina. Indubbiamente i due giganti si sono avvicinati per le tensioni che entrambi vivevano con gli Stati Uniti. Per la Russia però non è solo un matrimonio di convenienza seguendo la logica cara a Raymond Aaron che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Per Putin l’alleanza con Pechino è uno strumento per estendere la propria influenza anche all’Asia del Pacifico. Emblematica la partecipazione russa a esercitazioni militari congiunte con la Cina e a sostenere simbolicamente Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Infine, la querelle continua nel Mar Baltico e in Europa orientale. E’ questa la partita che può assestare il colpo finale russo all’ordine internazionale. La Nato risponde alle provocazioni di Mosca. E Mosca mobilita truppe e stanzia missili ai confini dell’Europa in risposta a quelle che a sua volta considera provocazioni. Se Nato, Europa e Stati Uniti perdono il controllo della partita, la Russia ne uscirà come il vincitore assoluto e la vera potenza egemone a livello internazionale. Per questo Washington ha inviato, nell’ambito Nato, truppe e mezzi militari in Polonia e, a rotazione, in altri Paesi del suo confine orientale. E’ una dimostrazione di non accettare la supremazia russa, anzi di volerla bloccare.

Ora spetterà a Donald Trump prendere in mano la situazione. Se veramente esiste un feeling politico con Putin e entrambi si danno una mano a vicenda assisteremo al ritorno di un sistema bipolare con due potenze egemoni. Se Trump e Putin non sono così in sintonia come vogliono far vedere, allora continuerà la lotta per l’egemonia che potrebbe portare a scenari inimmaginabili. L’equilibrio di potenza, in questa situazione, non sarebbe in grado di assicurare la stabilità.

Ovidio Diamanti

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Magazine online di politica estera e attualità internazionale. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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