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Trump secondo Krugman: più malvagio di Caligola

Il professore americano, Nobel per l'economia, mette a confronto il presidente Usa con l'imperatore romano vissuto nel I secolo d.c.

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Un presidente più malvagio di Caligola. E’ il titolo dell’editoriale di fondo pubblicato sulla prima pagina del New York Times di oggi. La firma è di Paul Krugman, celebre professore di economia e relazioni internazionali a Princeton e Nobel per l’economia nel 2008.

Krugman parte dalla considerazione che tra i media americani è di moda paragonare Trump a Caligola, l’imperatore romano del I secolo che nel suo breve regno si distinse per depravazione e umiliazione degli altri. In particolare modo, gli uomini della sua elite. E’ naturale il riferimento al recente – e ultimo in ordine di tempo- siluramento di Steve Bannon, il chief strategy alla Casa Bianca.

Per Krugman però il paragone con Caligola è troppo modesto perché Trump fa sembrare buono l’imperatore romano.

Caligola per esempio non fomentava lo scontro etnico all’interno dell’impero romano. E nonostante tutte le sue pagliacciate (Krugman le definisce proprio così), l’amministrazione dell’impero andava avanti lo stesso. I prefetti continuavano a mantenere l’ordine nelle province, l’esercito romano difendeva i suoi confini. Cosa che con Trump non succede perché gli Usa sono in affanno, sia in politica interna sia in politica estera.

Quando l’elite romana si stancò di Caligola fece quello che invece il partito conservatore di Trump non è in grado di fare: si sbarazzò di lui.

L’accusa del professore della Princeton University è palese. Trump fomenta la violenza, distrugge l’elite che lui stesso ha scelto e neppure fa funzionare la macchina amnistrativa americana, sia in politica interna sia in politica internazionale.

Il premio Nobel per l’economia non risparmia neppure il partito Repubblicano, incapace di liberarsi del “peggiore presidente di sempre”. L’occasione per sbarazzarsene ci sarebbe. Trump, scrive Krugman, è più isolato che mai. La stampa ha preso le distanze da lui, così come il mondo del business che si fida sempre meno. Perfino i vertici militari vogliono essere poco associati a lui.

La politica non si fida. Perché l’uomo che ha giurato sulla Costituzione ha finora dimostrato di non rispettarla e i sospetti di violazione sono tanti (come nel caso del Russiagate). E anche nella sua stessa parte politica soffia tempesta. Steve Bannon, l’ultimo silurato, ha detto che è finita la presidenza per cui abbiamo lottato. Un’affermazione che assomiglia a una dichiarazione di guerra.

Per Krugman è oggi evidente che l’attuale presidente non ha le capacità morali e intellettuali per ricoprire l’incarico che ha ottenuto dagli elettori. “Basta aprire gli occhi, scrive sul Nyt, per guardare quello che sta succedendo, purché non lo si guardi con le pupille della Fox News” (chiaro l’attacco all’emittente americana vicina al presidente Usa).

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Informazioni su Redazione ()
Magazine online di politica estera e attualità internazionale. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

3 Commenti su Trump secondo Krugman: più malvagio di Caligola

  1. spero che oltre agli sproloqui questo signore abbia anche delle proposte da fare. per esempio gli sarebbe andata bene la Clinton? nel qual caso avremmo già capito i motivi del suo livore, oppure chi?

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  2. Krugman sostenne la Clinton. Ad ogni modo pone una questione vera: dove va se continua a sfasciare la classe dirigente che lui stesso ha scelto? In questo momento a Washington c’è un clima di forte instabilità. Che è l’anticamera del declino politico in un momento difficile per gli Usa e il mondo.

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  3. forse il clima di “forte instabilità” è a Washington e forse è sui quotidiani, ma in America non si sente affatto e quando dico America intendo nei supermarket, dal benzinaio, nei bar o in chiesa la domenica. non vorrei che la crisi e le insicurezze appartenessero a quella classe di pseudo-intellettuali talking talking che speravano in una vittoria facile e che si sono trovati spiazzati dal voto di un’America di provincia fatta di lavoro, famiglia, scuola, chiesa, spesa al supermarket e poche chiacchiere

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