Le cinque cose che ci dice il voto del referendum in Turchia

Il super-presidenzialismo voluto dal presidente Erdogan non sfonda. Turchia spaccata in due. Cosa ci dice il voto del referendum in Turchia.

cinque cose che ci dice il voto del referendum in turchia

Cosa ci dice il voto del referendum turco per il super-presidenzialismo (Foto Vox)

Doveva essere il giorno del trionfo schiacciante del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Invece per poco non è stato il giorno che ha schiacciato Erdogan. Con il 51,22% dei sì al referendum che chiede la trasformazione della Repubblica Turca in uno Stato super-presidenzialista, la Turchia si riscopre divisa in due. Ecco le cinque cose che ci dice il voto del referendum in Turchia.

  1. Erdogan puntava a rafforzare il suo consenso con la consultazione referendaria. In realtà, il voto dà al presidente turco una sconfitta che è insieme politica e morale. Ottenere per un soffio la maggioranza (51,22%) contro il 48,5% dei contrari è per la nomenclatura di Ankara una doccia gelata. L’entourage di Erdogan non può neppure consolarsi spiegando il risultato con la bassa affluenza. Perché i turchi sono andati a votare in massa (oltre l’86%), segno che la spaccatura nel Paese è netta.

  2. La divisione dei turchi pone un problema di governo serio a Erdogan. D’ora in avanti dovrà tenere presente nelle sue scelte politiche di non allargare questa spaccatura. Inoltre, l’esito referendario rafforza i partiti di opposizione. Tocca a loro adesso mettere in atto l’intelligenza politica per trasformare in consenso politico il no al referendum. Metà Paese ha mandato loro un segnale preciso. Intanto, sia il partito democratico turco sia quello curdo hanno già annunciato ricorsi per il riconteggio dei voti. Una prospettiva del tutto normale in una consultazione elettorale dove c’è stata una vittoria ai punti.

  3. Il presidente Erdogan ha ora davanti a sé il tema della stabilità politica interna del grande Paese euroasiatico. Il referendum, scriverlo è un passaggio di onestà intellettuale, è stato la diretta conseguenza del fallito golpe dello scorso 15 luglio. Erdogan e la sua cerchia di potere ha approfittato del colpo di stato per concentrare più potere nelle proprie mani. Gli è andata male. Perché il voto referendario di oggi manda a dire ai notabili di Ankara che il Paese non vuole il super-presidenzialismo. Una trasformazione istituzionale di questo genere richiederebbe un consenso popolare ben più ampio della manciata di voti che ha permesso di farlo passare. Ora se Erdogan volesse mostrare al mondo, e all’Europa in particolare, di volere uno Stato democratico sul modello occidentale farebbe marcia indietro. Potrebbe rimettere tutta la discussione al Parlamento e fare una modifica istituzionale “leggera” evitando un salto verso il presidenzialismo che potrebbe rivelarsi pericoloso.

  4. Ora che il voto referendario c’è stato, Unione Europea e Nato dovrebbero cominciare a prendere posizioni nette verso la Turchia. L’Ue in particolare deve avere il coraggio di denunciare la politica del presidente Erdogan. In parte lo ha già fatto ma sempre con enunciazioni sibilline poco incisive. Bruxelles deve dire invece con chiarezza che Ankara non può più entrare nell’Unione Europea. Perché non ci sono le condizioni politiche e istituzionali. Soprattutto, i vertici Ue devono anche spiegare che la Turchia ha tenuto una condotta ambigua verso l’Isis e la questione siriana. Lo spostamento dell’ultimo anno del presidente Erdogan verso la Russia di Putin mette in seria difficoltà i Paesi europei, gli Stati Uniti e in particolare la Nato. Quest’ultima ha con la Turchia il problema più grosso. Ora è tempo che l’organizzazione militare atlantica chieda conto al governo di Ankara sul suo posizionamento in Medio Oriente e cosa intenda fare nel futuro.

  5. Infine, il voto referendario mostra che in Turchia è in corso un cambiamento di grande portata. Questo grande Paese sempre in bilico tra spinte filo asiatiche e filo occidentali ha detto con il voto di oggi che non si può andare avanti così. La politica di Erdogan non è aprrezzata dalla metà degli elettori. Soprattutto il partito del presidente è andato sotto nelle sue roccaforti elettorali come nelle grandi città di Ankara e Istanbul. Tiene invece lungo le coste. Probabile che sul referendum abbia pesato la paura del terrorismo e la serie di attentati messi a segno dall’Isis, uniti al golpe di luglio, abbiamo convinto molti elettori che le responsabilità ricadano sulla classe dirigente. Quindi, non di una trasformazione costituzionale ha bisogno la Turchia, ma di una nuova dirigenza capace di dare unità, stabilità e sicurezza al Paese.

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Categorie:Editoriale, Europa

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