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La politica estera Usa nei primi 20 giorni di Trump

La politica estera degli Stati Uniti secondo Donald Trump nei primi 20 giorni di presidenza.

La politica estera di Trump nei primi venti giorni

La politica estera di Trump nei primi venti giorni

La politica estera di Trump nei primi venti giorni La politica estera di Trump nei primi venti giorni

Se il buongiorno si vede dal mattino, la politica estera di Donald Trump nei primi venti giorni del suo mandato minaccia tempesta. Certo nessuno vuole tirare un bilancio perché sarebbe prematuro. Non è invece azzardato fotografare le prime mosse dell’Amministrazione Trump in campo internazionale per farsi un’idea della direzione verso cui naviga la politica Usa.

Per ora i segnali lanciati dal nuovo entourage della Casa Bianca non sono molto incoraggianti. Muro con il Messico, tensione con l’Iran, freddezza con la Russia, indifferenza verso Onu, Israele e Unione Europea, assenza di una politica verso l‘Asia e la Cina in particolare, annunci di taglio risorse alla Nato.

Si vedrà nei prossimi mesi se il nuovo “ambasciatore” di Trump, il Segretario di Stato Rex Tillerson, sarà capace di cucire la tela diplomatica necessaria per ricomporre buone relazioni con gli attori della comunità internazionale.

Per ora il machismo di Trump, benché in alcuni casi sia più che giustificato, non sta dando i frutti sperati in campo internazionale. Ne è stato un esempio la tensione creata sul confine messicano dove in corso non c’è più a questo punto solo la questione migratoria ma le relazioni diplomatiche tra Washington e Città del Messico.

Ciò che colpisce però è la superficialità politica nel trattare l’amico russo. Vladimir Putin sembra aver perso la pazienza con Donald Trump. Il presidente Usa rischia di fare uno scivolone con Putin a causa della infinita questione iraniana.

Certo era scontato che la posizione di Trump sull’Iran fosse quella di ripristinare le sanzioni (e parzialmente lo ha fatto) e di svuotare progressivamente l’accordo sul nucleare iraniano. Non era prevedibile però che la Casa Bianca si muovesse con passi da elefante senza valutare strategicamente le ricadute di scelte e dichiarazioni forse troppo affrettate.

Quando si dichiara, come ha fatto il presidente americano, che “l’Iran è lo Stato numero uno” che sostiene il terrorismo sarebbe opportuno valutare bene gli effetti che può avere una posizione simile.

E infatti la Russia ha risposto seccata confutando la dichiarazione americana. I consiglieri di Trump, sempre che siano ascoltati, devono spiegare al Presidente che  l’asse Iran Russia è forte e consolidato e mettendo sotto accusa Teheran vuole dire accusare anche Mosca. Se poi Trump pensa di attuare una strategia volta a spaccare la partnership Russia-Iran dovrebbe elaborare una politica più ponderata, studiata a tavolino e evitare le boutade fatte con la pancia.

Gli Stati Uniti picchiano duro sull’Iran per accontentare l’amico israeliano e avere il consenso della potente lobby ebraica americana? Potrebbe anche essere e non sarebbe un mistero dato che il presidente degli Stati Uniti ha condotto una campagna elettorale inseguendo la destra israeliana.

Su Israele, tuttavia, l’Amministrazione Trump sembra tenere un atteggiamento confuso, quasi volesse fare i passi in punta di piedi. La prova è la questione degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Presidente e portavoce rischiano di smentirsi a vicenda, la Casa Bianca lancia segnali meno “oltranzisti” nel sostegno a Israele (critica all’annuncio di 2500 nuove costruzioni) anche se poi propone lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.


Trump contro Trump sugli insediamenti israeliani


Questo atteggiamento timido americano in Medio Oriente è pericoloso in termini di credibilità degli Stati Uniti nell’area. Perché potrebbe far passare il messaggio tra gli arabi che Washington stia prendendo le distanze da Israele incoraggiandoli contro il governo israeliano. Oppure potrebbe far pensare a una debolezza Usa e un allontanamento dall’area mediorientale con conseguenze inimmaginabili. E’ un po’ l’errore in cui è caduto Barack Obama, considerato troppo assente dalla regione.

Infine c’è la questione della Nato le cui ripercussioni ricadono sull’Europa e, soprattutto, nella regione balcanica e orientale del vecchio continente. Le minacce di Trump di rivedere il livello degli impegni militari europei e la destinazione delle risorse economiche non sono prive di fondamento e hanno una loro logica. Il presidente Usa si chiede perché gli americani sono quelli che contribuiscono di più all’alleanza militare e intervengono di più a difesa dell’Europa mentre i Paesi europei sono latitanti quando si tratta di difendere i loro territori? Vedremo come risponderanno i leader europei se alle minacce di Trump seguiranno i fatti.

Certo è ancora presto per esprimere giudizi sull’operato di Donald Trump in politica estera. Immaginando però di essere in una stazione meteorologica, scriveremmo “tempo stabile per tutta la stagione e poi l’arrivo dell’anticiclone con temporali intensi“.

Ovidio Diamanti

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Magazine online di affari internazionali. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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