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Le quattro crisi urgenti di politica estera per il Presidente Trump

Truppe del Senegal entrano in Gambia a sostegno del presidente eletto Adama Barrow

Quattro crisi urgenti di politica estera per il presidente Trump

Donald Trump si insedia ufficialmente il 20 gennaio alla Casa Bianca. Dovrà affrontare subito quattro crisi di politica estera che gli scoppieranno tra le mani. Ecco quali sono.

Truppe del Senegal entrano in Gambia a sostegno del presidente eletto Adama Barrow Quattro crisi urgenti di politica estera per il presidente Trump

La questione per Donald Trump, dal 20 gennaio ufficialmente nuovo presidente degli Stati Uniti, non è se ci sarà un’escalation di alcune crisi internazionali ma quando l’escalation comincerà.

L’instabilità delle relazioni internazionali tra gli Stati che Trump dovrà affrontare riguarda quattro aree.

Corea del Nord

Lo sviluppo di armi nucleari e di missili balistici a lungo raggio della Core del Nord mette l’Amministrazione Trump davanti alla prima importante sfida internazionale. Negli anni scorsi, soprattutto nel 2016, Pyongyang ha condotto alcuni test nucleari sotterranei e numerose prove di missili. Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha detto in più occasione che è determinato a realizzare armi nucleari e a usarle nel caso di attacchi, incluso gli Stati Uniti. Il presidente Obama ha imposto in questi anni sanzioni pesanti alla Corea e ha tentato inutilmente di persuadere la Cina, principale e storico alleato di Pyongyang, a usare la leva politica e economica per convincere Kim a accettare colloqui per il disarmo nucleare. Il presidente Trump si troverà davanti una Corea del Nord molto progredita sotto l’aspetto tecnologico bellico.

Mar Cinese Meridionale

La crisi in corso riguarda il controllo sul Mar Cinese Meridionale. Si tratta di una vasta zona contesa tra Cina, Filippine, Vietnam. La Cina rivendica oggi la sovranità marittima sulle acque del Mar Cinese Meridionale a causa di suoi antichi legami con diversi isolotti in quel mare. Alcuni di questi sono rivendicati anche da Vietnam, Malesia, Filippine e sultanato del Brunei. Gli Stati Uniti non hanno rivendicazioni in quest’area. Però sono legati a un trattato di difesa con le Filippine che ha tra i suoi punti il libero passaggio nel Mar Cinese Meridionale delle navi da guerra americane dalle basi nel Pacifico alle zone di guerra mediorientali. La Cina ha trasformato alcuni di questi isolotti e atolli sotto il suo controllo in vere e proprie basi militari dotandole di aerei da guerra e missili. Una mossa che ha fatto infuriare i Paesi vicini (come Vietnam e Filippine) che hanno sollevato proteste forti sostenute dagli Stati Uniti. La crisi nel Mar Cinese Meridionale sarà il primo test per Trump per vedere se mantiene la promessa di bloccare quello che lui definisce “il comportamento commerciale predatorio della Cina”.

Area Baltica

Il potenziamento delle relazioni tra Nato e Paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania) è stato uno dei motivi della crisi tra Occidente e Russia. Vladimir Putin ha digerito male l’ingresso delle tre ex-repubbliche baltiche nella Nato. Il dialogo positivo, almeno finora, tra Trump e Putin potrebbe se mantenuto ridurre di molto i rischi di un’invasione russa dei tre Stati. Tuttavia, viste le tensioni sviluppate dopo l’invio di mezzi militari e soldati in Polonia (deciso dalla Nato al vertice di Varsavia 2016) e la crisi di Crimea e Ucraina non è escluso che la crisi in Europa orientale possa essere una bomba in tutti i sensi pronta a esplodere tra le mani del nuovo presidente.

Medio Oriente

Il presidente Obama aveva promesso il ritiro dei soldati americani da Iraq e Afghanistan. Oggi i militari ci sono ancora in entrambi i Paesi. Tocca ora a Trump scegliere. Cosa farà il presidente degli Stati Uniti è facile da immaginare. Trump ha detto in campagna elettorale che intende intensificare la guerra all’Isis. Il che significa lasciare i soldati Usa in Iraq e Afghanistan. Azzardiamo l’ipotesi che Trump aumenti di molto il contingente americano. L’altro punto è poi cosa farà Trump con l’Iran. Anche questa questione rischia di esplodere subito tra le mani del presidente. Trump ha dichiarato più volte di essere contrario all’accordo nucleare (un regalo all’oltranzismo di Israele) e di volerlo rivedere. Ma tutti gli altri firmatari dell’accordo (Unione Europea, Russia e Cina) stanno facendo affari e costruendo business importanti con l’Iran. Sarà quindi difficile che vogliano riaprire la questione. Per cui Trump se vuole rivedere il trattato dovrà farlo da solo.

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