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Cosa ci rivela la Siria sull’ordine mondiale

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Cosa ci dice la Siria sull'ordine mondiale

Cosa ci dice la Siria sull’ordine mondiale

La guerra in Siria rivela posizionamenti degli Stati e equilibri geopolitici, ambizioni e strategie che dirigono l’assetto internazionale verso un nuovo ordine mondiale. Sebbene la maggior parte dei Paesi coinvolti desideri veramente la pace in Siria, nessuno di loro la considera la priorità. Gli interessi nazionali, in sostanza, prevalgono sulla stabilità di un Paese in guerra.

Stati Uniti e Paesi occidentali della coalizione anti-Isis vogliono la distruzione del sedicente Stato Islamico e la sostituzione del presidente siriano Assad con un fronte democratico.

La Turchia è preoccupata dai rifugiati in fuga dalla Siria e dall’eventuale formazione di uno Stato curdo. Inoltre, Ankara mantiene un atteggiamento ambiguo verso i movimenti sunniti integralisti.

Per l’Iran e l’Arabia Saudita, la Siria è un altro fronte dell’infinita lotta tra loro per l’egemonia regionale.

Infine, la Russia vero nodo cruciale. Il dibattito è su cosa realmente Vladimir Putin voglia dal coinvolgimento in Siria. Alcuni analisti dicono che non intende perdere un alleato regionale cruciale come Assad. Altri che voglia contenere e mettere in difficoltà l’alleanza occidentale guidata dagli Usa.

Ciò che è certo è che la Guerra Fredda è finita da un quarto di secolo ma il riequilibrio globale successivo è ancora in corso e dà ancora i suoi colpi di assestamento.

Gli Stati Uniti, per esempio, non sono più la superpotenza indiscussa del teatro globale. La sua credibilità nel mondo è diminuita. Per alcuni osservatori il carisma Usa è sprofondato nelle sabbie irachene. Per altri è dipeso dalla macanza di volontà e dall’incertezza del presidente Obama, che ha puntato sul ritiro dei militari (dove ha potuto), ha rifiutato le avventure di occupazioni territoriali e ha tentennato su scelte importanti di politica estera.

Non bisogna illudersi che con le elezioni presidenziali cambierà qualcosa. Hillary Clinton potrebbe aumentare l’impegno militare americano nel mondo, mentre Donald Trump è più difficile da interpretare. Il magnate di New York fa l’amico di Putin, l’oppositore di interventi militari ma dice che vuole distruggere l’Isis.

La Siria, al di là del giudizio su Obama, è comunque un segnale che gli Stati Uniti hanno perso la loro attitudine a essere lo sceriffo del mondo. In un mondo ormai multipolare, gli Usa sono diventati solo uno degli sceriffi.

La Russia invece punta tutto sulla potenza militare. Sondare la tenuta degli Stati di frontiera della Nato e dell’Unione Europea, occupare la Crimea, prevenire l’occidentalizzazione del cosiddetto “estero vicino”, la Siria è l’esempio della strategia di Putin della potenza militare. Probabilmente, creare disordine è più facile che mettere ordine.

La Siria lancia anche segnali pericolosi sulle Nazioni Unite, la più importante esperienza di comunità globale organizzata. Da luogo di confronto, l’Onu è diventato un’occasione di scambio d’accuse forti, di speranze deluse più che di risoluzioni per la pace e la sicurezza internazionale. Certo non siamo al livello della vecchia Lega delle Nazioni, madre delle Nazioni Unite. Poco però ci manca. Il Consiglio di Sicurezza è spesso paralizzato dalle crisi in cui sono coinvolti i suoi membri permanenti. E anche la Siria non fa eccezione.

Quanto descritto non è certo l’ordine mondiale dei nostri sogni, ma è lo stato del mondo in cui viviamo oggi.

Ovidio Diamanti (da Affari Italiani)

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Magazine online di politica estera e attualità internazionale. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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