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Perché Isis attacca Afghanistan?

L'Isis rivendica l'attentato che oggi a Kabul ha provocato 80 morti e 230 feriti. E' il più sanguinario attentato dello Stato Islamico nel Paese. Perché il Califfato attacca l'Afghanistan?

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I kamikaze dell’Isis hanno indossato il burka e si sono mescolati con il loro carico di morte in una manifestazione del gruppo sciita Harara, minoranza afghana di lingua iraniana. L’attentato ha provocato 80 morti e oltre 230 feriti. E’ il più grande e sanguinoso attentato dello Stato Islamico in Afghanistan. I talebani hanno negato la paternità dell’attentato e hanno condannato l’attacco.

Perché l’Isis attacca l’Afghanistan? In affanno in Siria e Iraq dove perde sempre più il controllo del territorio, il Califfo e i suoi uomini cercano sbocchi in cui dirigersi e colpiscono Paesi instabili in cui è più facile accelerare la destabilizzazione. Nel 2015 lo Stato Islamico aveva cercato lo sbocco in Libia, occupando la città di Sirte. Ora la Libia non è più appetibile perché i miliziani dell’Isis sono accerchiati a Sirte dalle truppe del generale Haftar e dai combattenti vicini al governo di unità nazionale.

Rimane quindi l’Afghanistan. Nel Paese è ancora in corso il conflitto tra il governo di Kabul, sostenuto da Usa, Nato e Unione Europea,  e il movimento talebano.  Probabile che il Califfo dell’Isis abbia fatto un pensiero a sostituirsi ai talebani rintanandosi sulle ardue montagne afghane.

Abu Bakr al Baghdadi, autoproclamatosi Califfo nel 2014, e la nomenclatura dello Stato Islamico hanno però un disperato bisogno di nascondere segni di debolezza. L’appello ai combattenti nel mondo a compiere attentati nei luoghi in cui si trovano non avrebbe la stessa forza trascinante se l’Isis subisce continue sconfitte nella mezzaluna fertile. Quindi, c’è bisogno di attaccare da altre parti, di farsi notare con grandi attentati e attacchi ovunque per distogliere l’attenzione dalla perdita di terreno in Siria e Iraq.

Per questa ragione, l’Isis tenta di destabilizzare i Paesi più deboli per trovare nuovi rifugi. L’Afghanistan è tra questi. Ma sono bersagli anche la Tunisia, il Libano, lo Yemen e, in Asia, il Bangladesh. Per mettere in difficoltà lo Stato Islamico si può giocare in questo momento l’arma potente della comunicazione.  Per farlo è sufficiente il bombardamento mediatico delle sconfitte del Califfato in Siria e Iraq. Ciò potrebbe spegnere la fiamma dell’entusiasmo e esaltazione verso l’Isis tra i miliziani e simpatizzanti all’estero, disincentivandoli dal compiere attentati. La disillusione e demoralizzazione sono la migliore arma a disposizione contro lupi solitari e foreign fighters.  Queste notizie invece passano sempre in secondo piano.

Ovidio Diamanti

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