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La svolta riformista dell’Iran

Le elezioni nel Paese degli Ayatollah fotografano la volontà di cambiamento degli elettori. E confermano anche il sostegno alla diplomazia sul nucleare di Rohani. Balzo in avanti dei riformisti che fanno il pieno a Teheran, arretrano i conservatori. E’ la svolta riformista dell’Iran.

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La svolta riformista dell’Iran

di Ovidio Diamanti

La svolta riformista dell’Iran era attesa ma non scontata. Attesa perché il “ritorno” di Teheran a pieno titolo nelle dinamiche internazionali, dopo anni di isolamento forzato, faceva presagire una spinta popolare verso un cambiamento. Non era scontata perché la complessa e sibillina teocrazia iraniana ha mostrato, in altre occasioni, rovesciamenti elettorali inaspettati sulle attese.

L’affermazione delle forze riformatrici al Parlamento iraniano gira per la seconda volta, e in pochi mesi, la pagina della storia del Paese. La prima volta fu con l’accordo sul nucleare iraniano e l’eliminazione progressiva dell’embargo.

Quanto ha influito la diplomazia nucleare- e la conseguente abolizione delle sanzioni -sulla svolta riformista dell’Iran? Queste due pagine della storia iraniana sono indubbiamente collegate.

In entrambi i casi c’è dietro la mano di un grande protagonista: si chiama Hassan Rohani ed è il presidente in carica dell’Iran. Nelle elezioni parlamentari la sua lista, che come una profezia si chiama “Lista della Speranza”, ha conquistato 96 seggi su 290 del futuro Parlamento (Majlis). Il blocco dei fondamentalisti si è fermato a 91; gli indipendentisti ne hanno ottenuti 25, tutto sommato un buon risultato. Ora si dovrà attendere il ballottaggio di aprile, come previsto dalla legge elettorale iraniana, per l’assegnazione dei rimanenti 52 seggi.

Dicevamo del collegamento tra diplomazia nucleare e svolta riformista dell’Iran. Le elezioni parlamentari fotografano un forte sostegno popolare all’accordo sul nucleare. E sanciscono la volontà di continuare l’attuale percorso diplomatico di Teheran in campo internazionale.
Un’affermazione dei conservatori poteva interpretarsi come un no al lavoro diplomatico condotto da Rohani in questi anni. Non a caso, il leader supremo, Ali Khamenei, ha mantenuto sulla trattativa un atteggiamento oscillante, mostrandosi a volte promotore e altre volte oppositore. Un modo, così ci è sembrato, per mantenere una via di fuga in caso di fallimento o di opposizione popolare.

Ma l’Iran oggi ha detto sì. Sì a un cambiamento riformista del Paese e alla diplomazia internazionale di Rohani. Questa voglia di cambiare pagina era già percepibile proprio durante la trattativa nucleare. Il batti e ribatti, i tira e molla, le difficoltà emergenti tipiche di qualsiasi negoziato non avevano scalfito il sostegno popolare. La “grande nazione iraniana” -per usare le parole twittate oggi dallo stesso Rohani- non poteva che avere un giudizio positivo davanti alla prospettiva di uscire dall’isolamento internazionale e rientrare in un mondo sempre più interdipendente e connesso.

Questo sentimento di “ritorno nel mondo” e di rinnovamento era ed è diffuso tra le nuove generazioni. Non a caso, il successo elettorale maggiore dei riformisti è stata la capitale Teheran dove hanno conquistato 30 seggi su 30. Una débacle per i conservatori. Teheran, sicuramente più avanzata rispetto al resto del Paese, con i suoi 12 milioni di abitanti e altri 5 milioni di pendolari,vive la condizione di tante altre grandi città del mondo, quella di essere più attenta ai fenomeni nuovi e alle tendenze provenienti dal mondo: in campo economico, imprenditoriale, culturale ma anche sociale.

Rimane ora da capire cosa succederà con la composizione dell’Assemblea degli Esperti. Questa è formata da 88 religosi eletti, che dovranno scegliere la nuova guida suprema perché Ali Khamenei, 76enne e a quanto pare in precarie condizioni di salute, sarà sostituito. E i conservatori, se il trend è questo, rischiano di essere minoranza.

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Magazine online di affari internazionali. Si occupa di informazione sui temi della diplomazia, economia internazionale, cultura e sviluppo.

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