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Jihad. La guerra all’Occidente secondo Molinari

A Milano, il neo direttore de La Stampa discute il suo ultimo libro con Monica Maggioni e Marco Minniti. Ed è l’occasione per un confronto approfondito sul tema del terrorismo islamico.

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Un momento dell’incontro avvenuto presso la sede Ispi di Milano con Marco Minniti, Monica Maggioni e Maurizio Molinari

Jihad. Guerra all’Occidente. E’ il libro recente di Maurizio Molinari, grande inviato de La Stampa, quotidiano che dirige dall’inizio dell’anno. Profondo conoscitore delle vicende mediorientali e nordafricane, Molinari ha presentato il suo libro a Milano, nella storica sede dell’Ispi a Palazzo Clerici. Con lui hanno discusso di Jihad Monica Maggioni, presidente Rai, e Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

La presentazione del libro è stata l’occasione per ascoltare il suo punto di vista su quanto sta succedendo nel mondo islamico e i suoi riflessi sulla società occidentale. Per capire il successo dei movimenti jihadisti, e dell’Isis in particolare, occorre comprendere le origini di questi fenomeni. E qui, secondo il direttore del quotidiano torinese, il punto centrale è l’inesistenza di un’identità nazionale. Per i musulmani l’identità comune in cui identificarsi è quella religiosa dell’Islam. Una parte di musulmani trova il suo senso di comunanza nella sunna (i sunniti), mentre altri nell’appartenenza allo sciismo (gli sciiti).

C’è anche la grande questione etnico-tribale. Il mondo islamico nella regione nordafricana e mediorientale è diviso in una galassia di clan tribali ed etnici.

Questi due fattori hanno creato una decomposizione degli Stati musulmani.

In alcuni Paesi la struttura statale non esiste più a causa della costellazione di gruppi tribali o conflittualità religiose che si contendono il potere (Siria, Iraq, Libia, Yemen). In quelli apparentemente più stabili (Turchia o Arabia Saudita) le spinte centrifughe sono molto forti. In Arabia Saudita, spiega Molinari, la tribù di appartenenza degli attuali sceicchi teme di perdere il controllo del regno. L’Iraq sciita attrae le tribù stanziate nella parte occidentale dell’Arabia Saudita. In Libia, gli scontri tribali hanno decomposto lo Stato, aprendo di fatto la strada all’avanzata dell’Isis. Gli unici Paesi in cui resiste una consolidata stabilità- riflette Molinari- sono quelli in cui un clan tribale controlla tutto il territorio e ci sono pochissime minoranze (come nel caso del Qatar e del Kuwait).

La tesi di Molinari è che l’attacco all’Occidente dei jihadisti rifletta motivazioni tutte interne allo scontro nel mondo islamico. Una tribù che si identifica con una parte della tradizione religiosa islamica appare più forte e ha maggiori credenziali se mostra di aver compiuto azioni in Occidente. I blitz organizzati in Europa sono quindi funzionali all’area mediorientale, l’uccisione di bianchi diventa un biglietto da visita per mostrare la propria forza nei rapporti interni al mondo islamico.

Monica Maggioni, presidente Rai, non concorda sull’ultima parte dell’analisi di Molinari. Riconosce però che per contrastare fenomeni come l’Isis occorre anche una strategia di comunicazione nuova e diversa. Di sicuro, ha puntualizzato Maggioni, non si batte l’Isis solo con riviste, ma occorre ben altro. La comunicazione è però importante per far comprendere ai cittadini quello che sta succedendo evitando tensioni tra le varie divesrità culturali.

Infine, l’intervento di Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ripercorrendo le tappe di un secolo fa, Minniti parte dalle linee tracciate col righello al la fine del primo conflitto mondiale e le problematiche di identità nazionale che hanno generato nel tempo. Carenza di identità poi sfociate nelle primavere arabe, che hanno rappresentato per il Sottosegretario Minniti un’opportunità persa di rinnovamento politico sociale e scarsamente appoggiata dall’Occidente.

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