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Il Burundi contro tutti. Le tappe della crisi

Il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, minaccia di combattere i militari delle forze di pace dell’Unione Africana se saranno impiegati nel Paese. La ricostruzione cronologica della crisi.

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Il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza ha annunciato che combatterà il contingente di pace se sarà inviato nel Paese dall’Unione Africana (foto tratta dal sito dell’Onu)

Il Burundi contro tutti. Il presidente in carica, che è stato eletto lo scorso giugno per il terzo mandato consecutivo, non ha gradito l’annuncio dell’Unione Africana di inviare una missione di pace di 5000 uomini per proteggere i civili nel Paese.

La missione è in linea con la Carta delle Nazioni Unite che prevede la possibilità ad organizzazioni regionali di prevedere missioni di peace-keeping per la tutela e la salvaguardia della pace e sicurezza internazionale.

Il Paese africano è al centro di forti scontri e violenze dopo l’annuncio lo scorso maggio del presidente Pierre Nkurunziza di ricandidarsi per il terzo mandato a presidente del Burundi.

Il quesito della legittimità a ricandidarsi venne presentato alla Corte Costituzionale che diede ragione al Presidente. Le elezioni si tennero a giugno e Nkurunziza fu eletto presidente. Da allora ha avuto inizio una spirale di violenza nel Paese con oltre 400 morti e 200mila sfollati (che si sono diretti verso la frontiera con il Ruanda).

Da qui la scelta dell’Unione Africana, la principale organizzazione militare del continente africano, di inviare una missione di pace a tutela dei civili.

Il presidente Nkurunziza ha spiegato che tutti devono rispettare le frontiere del Paese. Secondo la Costituzione del Burundi i militari stranieri possono entrare nel Paese solo se c’è il consenso del governo. Oppure se manca un governo legittimo nel Paese. “Non rispettare questo principio – ha detto Nkurunziza alla Bbc – è considerato un attacco al Burundi e ci autorizza a combattere”. Il messaggio implicitamente rivolto all’Unione Africana è abbastanza chiaro.

Si tratta comunque anche della prima volta che l’Unione Africana impiega militari di peace-keeping senza il consenso del Paese in cui si interviene. C’è una clausola nella Carta dell’Unione Africana che prevede la possibilità di intervenire in un Paese senza il suo consenso in presenza di “gravi circostanze”. Queste consistono in crimini di guerra e contro l’umanità o genocidio. A questa clausola si è appellata l’Unione Africana per decidere l’intervento.

Il governo del Burundi contesta la minaccia di genocidio o di crimini contro l’umanità e di guerra. Si è cercato di trovare una mediazione in Uganda la scorsa settimana, ma non si è raggiunto alcun accordo. Il conflitto iniziato nel 1995 tra le etnie Hutu e Tutsi ha provocato circa 300.000 morti. Nkurunziza è un hutu, la comunità internazionale teme una ripresa dello scontro etnico.

Le tappe della crisi

  • aprile 2015: esplode la protesta quando il presidente Nkurunziza annuncia la volontà di ricandidarsi per la terza volta a presidente del Burundi;
  • maggio 2015: viene sottoposto un quesito alla Corte Costituzionale del Paese sulla possibilità costituzionale o meno di ricandidarsi per un terzo mandato. La Corte dà ragione al presidente Nkurunziza;
  • maggio 2015: ufficiali dell’esercito tentano un colpo di stato, che però fallisce;
  • giugno 2015: si svolgono le elezioni e Nkurunziza viene eletto presidente del Burundi. Continuano le proteste e le violenze nel Paese
  • novembre 2015: il governo del Burundi dà cinque giorni di tempo all’opposizione per deporre le armi e cessare le violenze;
  • novembre 2015: l’Onu lancia l’allarme sul Burundi e i rischi di un genocidio e guerra civile simile a quelli ruandesi;
  • dicembre 2015: l’Unione Africana annuncia l’intenzione di inviare 5000 soldati come contingente di pace per proteggere i civili nel clima di violenze e di scontri nel Paese.
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1 Commento su Il Burundi contro tutti. Le tappe della crisi

  1. direi che non fa una grinza…..è stato eletto, il Paese ha una sovranità, quanto accade entro i confini appartiene all’ordine pubblico che spetta a chi governa. Se il popolo non è d’accordo che inizia movimenti di resistenza e opposizione, poi si vedrà che succede

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