L’Isis e la svolta di Obama: altri 500 militari Usa in Iraq contro lo Stato Islamico

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Al G7, Barack Obama ha incontrato il premier iracheno Abadi. Stati Uniti pronti a inviare altri 500 consiglieri militari in Iraq. Si aggiungono ai 1500 già sul posto. La Casa Bianca ammette ritardi nel sostegno all’Iraq contro lo Stato Islamico.

Il presidente annuncia dal G7 l'invio di 500 consiglieri militari in Iraq.
La svolta di Obama nella lotta all’Isis

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama incontra in Germania al margine del G7 il premier iracheno Haider al Abadi e si impegna a potenziare la presenza dei consiglieri militari Usa nel nord ovest dell’Iraq. Lo fa sapere il Wall Street Journal secondo cui Obama avrebbe anche ammesso ritardi nell’addestramento delle truppe di Baghdad impegnate contro l’Isis. I consiglieri militari saranno 500, la fonte citata dal quotidiano di New York è il Pentagono, e si aggiungono ai 1500 già presenti nel Paese a sostegno degli sforzi per riprendere Ramadi.

Il presidente Usa aveva parlato di strategia “ancora incompleta” per definire il ritardo nella formazione e addestramento di personale per la lotta contro i jihadisti. La Casa Bianca sembra quindi cambiare il passo e accelerare nella lotta contro lo Stato Islamico.

Certo, non si contempla ancora l’opzione “boots on the ground” cioè l’invio di truppe Usa di terra. Però da Washington arriva un segnale di svolta e la consapevolezza che la questione Isis non va sottovalutata oltre. Resta da comprendere come mai avvenga soltanto ora e dopo un G7 caratterizzato dalle accuse alla Russia di Putin. La prima ragione probabilmente è che la sconfitta di Ramadi e Palmira e l’avvicinamento pericoloso a Baghdad abbia aperto un dibattito a Washington. Il rischio di pozzi petroliferi e armamenti più potenti e sofisticati nelle mani dei jihadisti ha cominciato ad allarmare. La seconda ragione è stata sicuramente il fallimento del summit di Parigi della coalizione anti Isis. Nella capitale francese non è emersa alcuna strategia e il messaggio che ne è uscito è quello di una debolezza profonda nella lotta allo Stato Islamico. Uno smacco soprattutto per Washington che guida la coalizione. Infine, c’è in gioco la sopravvivenza dell’egemonia americana nell’area mediorientale. I successi dell’Isis e l’immobilismo occidentale fanno perdere carisma a autorevolezza a Washington, che si vede superata come punto di riferimento dallo Stato Islamico e da potenze regionali.

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