La Nigeria al voto sotto il peso di Boko Haram e crisi petrolifera

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Il gigante dell’Africa va domani alle urne in un contesto estremamente difficile, fra la minaccia di Boko Haram e le pesanti conseguenze economiche del calo del petrolio. Sono undici i candidati in corsa alle elezioni nigeriane, ma la vera gara è fra il presidente in carica, il cristiano Goodluck Jonathan del Partito Democratico del Popolo (Pdp) e il musulmano Muhammadu Buhari, ex generale che guidò per due anni il paese con pugno di ferro dopo il golpe militare del 1983, leader del Congresso di tutti i progressisti (Apc). Al momento i sondaggi promettono un testa a testa, con un rilevamento Afrobarometer che assegna ad entrambe il 42%.

“Un buon mandato ne merita un secondo”, recita lo slogan sotto la foto del 57enne Jonathan, con il caratteristico cappello di feltro nero, che campeggia nelle città della Nigeria. Il presidente uscente può vantare una solida crescita economica, l’ampliamento della rete ferroviaria, la privatizzazione dell’elettricità e una maggiore partecipazione popolare al settore del gas e del petrolio.

Ma questi successi sono messi a rischio dalla caduta del prezzo del petrolio, che da solo fornisce i due terzi delle entrate per il governo. E soprattutto, sotto la presidenza di Jonathan, la minaccia degli estremisti islamici Boko Haram è cresciuta a dismisura nel nord est del Paese, mentre il 20% del bilancio destinato all’esercito si perdeva in mille rivoli di corruzione, lasciando i soldati mal armati e mal addestrati.

Proprio la minaccia di Boko Haram ha provocato lo slittamento a domani del voto, che originariamente era stato fissato per il 14 febbraio. A quel momento gli estremisti islamici di Boko Haram controllavano 130 fra città e villaggi nel nord est del paese, un grave scacco per Jonathan che, fra l’altro, rendeva impossibile il voto in vaste aree del Paese. Da allora – grazie anche all’aiuto militare dei confinanti Ciad, Niger e Camerun – molte zone sono state liberate, mentre oggi il governo nigeriano ha annunciato di aver riconquistato la città di Gowza, considerata il quartier generale del gruppo terrorista.

Tuttavia la minaccia resta alta e, solo pochi giorni fa, i miliziani di Boko Haram hanno rapito 500 fra donne e bambini mentre si ritiravano dalla città di Damasak, nello Stato di Borno. Dal 2009 sono più di 13mila le persone morte in attentati suicidi e attacchi armati di Boko Haram, e più di mille sono i morti dal mese di gennaio. Quanto alle oltre 200 ragazze rapite nell’aprile 2014, per le quali il mondo si è commosso, nessuna di loro è stata liberata.

Lo sfidante di Jonathan, il 72enne generale Buhari, ha basato la sua campagna elettorale sulla sicurezza, promettendo di sconfiggere Boko Haraam, con il rafforzamento e l’ammodernamento di esercito e polizia. Il suo tallone d’Achille è però l’estremismo religioso. Buhari, che è stato sconfitto alle ultime tre elezioni, aveva promesso nel 2011 di introdurre la legge islamica (sharia) nel nord a maggioranza musulmana. Dopo la sua ultima sconfitta i suoi sostenitori hanno bruciato 700 chiese e ucciso un migliaio di cristiani nel nord del Paese. Questa volta Buhari promette libertà religiosa e ha scelto come candidato alla vicepresidenza il cristiano Yemi Osinbajo.

Non è detto tuttavia che ciò riesca a convincere della sua buona fede gli elettori cristiani, in un paese che vota in gran parte lungo le linee dell’appartenenza religiosa e delle sue 250 etnie. Con i suoi 178 milioni di abitanti, la Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa ed è diviso in 36 stati, tre dei quali – Borno, Yobe e Adanawe – sono in stato di emergenza dal 2013 a causa di Boko Haram. Il 50% della popolazione è composto da musulmani, prevalenti a nord, il 45% da cristiani, in maggioranza residenti a sud, e il 5% è animista.

Queste divisioni peseranno sulle scelte dei 68,8 milioni di persone chiamate alle urne. E c’è chi teme un ripetersi delle violenze interreligiose del 2011, specie se il risultato non sarà netto. “Nessuna ambizione politica, può giustificare la violenza, le elezioni non devono essere confuse con la guerra”, ha detto oggi Jonathan in un appello televisivo alla nazione perchè il risultato del voto venga accolto pacificamente. Sia lui che Buhari hanno firmato ieri un accordo per evitare ogni violenza post elettorale.

Oltre alla minaccia di Boko Haram, che dice di voler creare un proprio stato islamico, il prossimo governo dovrà affrontare la piaga della corruzione e le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio, di cui la Nigeria è uno dei principali esportatori africani. Il 90% della valuta estera che arriva nel paese proviene dal petrolio e non stupisce che la caduta del suo prezzo abbia trascinato giù ancheil naira, la valuta nazionale, che si è deprezzata del 18% negli ultimi sei mesi provocando un aumento generalizzato dei prezzi, specie per i prodotti d’importazione. In base a questo scenario il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2015 una crescita del Pil del 4,8%, circa la metà di quanto sperimentato negli ultimi 15 anni. (Adnkronos)

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